• Estefano Tamburrini

Modena accoglie le famiglie ucraine

Caritas diocesana nella rete solidale che sostiene chi fugge dalla guerra


«Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra».

Oggi più che mai, bisogna fare nostre le parole enunciate da papa Pio XII il 24 agosto 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Si deve partire da un dato: l’innescarsi della guerra in oggetto non è la sconfitta degli artigiani di pace, bensì dei nazionalismi che oggi si ripresentano per rinnegare, con l’uso della forza, un’appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli, come dichiarava papa Francesco nel 2020.

Essere consapevoli di tale appartenenza significa andare oltre l’uso della forza e schierarsi dalla parte delle vittime, di coloro che oggi fuggono da questa “inutile strage”; significa anche prepararsi per accogliere, nel senso etimologico della parola: «raccogliere insieme verso» (dal latino «accolligere»). La parola stessa, nel suo significato, esprime la vocazione dell’umano sulla terra, che consiste nel raccogliere insieme le forze, le energie, per camminare verso il bene comune.


Per Caritas diocesana, l’occasione di accogliere le prime famiglie in fuga dall’Ucraina è giunta sabato 5 marzo. Si tratta di due mamme e due figlie: Alla e Olga, Alona e Diana. I loro mariti sono rimasti in Ucraina, non potendo uscire dal Paese per via del divieto di espatrio imposto agli uomini dai 18 ai 60 anni; costretti a stare sul fronte per combattere una guerra dove gli attacchi non hanno risparmiato ospedali, scuole né infrastrutture residenziali. Come nelle città di Kharkiv, Kherson e Mariupol, oggetto di tenaci bombardamenti. Tali azioni hanno già prodotto un saldo di circa 1.500 morti nella popolazione civile, oltre ai 2 milioni di sfollati che, dal 24 febbraio ad oggi, hanno superato il confine.

Questa accoglienza ha potuto contare sull’attivazione di una rete di solidarietà che unisce Caritas diocesana, il Comune di Modena, l’Ausl, la Croce Blu e altre realtà disponibili a farsi prossime alle vittime del conflitto. Grazie ai volontari della scuola «Penny Wirton», Caritas diocesana offre loro un accompagnamento nell’apprendimento dell’italiano. Prima del loro arrivo a Modena, queste persone hanno trascorso due giorni al confine con la Polonia, in attesa di un mezzo di trasporto per poter raggiungere il nostro Paese. Si parte evitando di pensare allo sradicamento. Si parte dicendo a sé stessi che si starà via per poche settimane, «al massimo un mese», avvertendo chiunque si incontri di non voler ottenere un eventuale asilo politico «per non rimanere bloccati» e «in una condizione di esilio» nella città che li ospita ma che non è la loro. E si spera che il tutto duri poco, che si tratti solo di un brutto sogno.

«Perché russi e ucraini sono sempre stati fratelli»
«non è possibile che ci si faccia ancora del male»

come affermato da Anna, che si è rivolta alla Caritas diocesana per notificare l’imminente arrivo di sua figlia, la quale ha attraversato la Slovacchia insieme a due bambini di 12 e 9 anni. È questa un’altra famiglia accompagnata da Caritas diocesana, che continua a lavorare in una logica di sussidiarietà con il Comune e altre realtà del territorio. Quella che si sta prefigurando è un’emergenza di lungo periodo e, in tal senso, è necessario investire le migliori energie nel generare dei legami di comunità affinché chi viene accolto sia riconosciuto come fondamento e fine della vita sociale (Pacem in Terris, 13).

È attraverso i legami di comunità che possono essere riparate le ferite prodotte dalla distopia della guerra, da una quotidianità interrotta, da relazioni sospese e dalla sensazione di abbandonare la propria terra nell’ora più buia. Distopia, questa, che appare lontana dalla nostra memoria collettiva e che, nel suo ripresentarsi, ci pone dinanzi alla sfida di combattere la barbarie senza diventare barbari e opporsi, con mezzi immuni alle logiche della violenza e della sopraffazione. Uno di questi può essere la via della carità, che, come affermato dal cardinal Martini nel 1995, vivifica l’umano dove è disprezzato e umiliato.

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