• Estefano Tamburrini

Costruire una nuova cultura dell'ospitalità

Aggiornamento: 19 ago

Passare dall’evento al processo. Dall’accoglienza come atto effimero all’accoglienza come patto di convivenza civile che si rinnova giorno dopo giorno. Tale concezione rimanda all’avvio di un percorso nel quale scompaiono le differenze tra chi dà e chi riceve ospitalità: esercizio facilitato dal doppio significato della parola ospite (hospes), come ricordato spesso dall’arcivescovo Erio Castellucci. L’accoglienza si rivela così un’opportunità per costruire una cultura dell’ospitalità mancante in un tempo di rabbia, paure e incertezze. Triade sovvertita dall’ondata emotiva generata con l’inizio della guerra russo-ucraina, ma che ritorna in auge man mano che cala l’attenzione dell’opinione pubblica rispetto alla guerra in corso: un dato che emerge dalle interazioni quotidiane degli internauti, passata da 109 milioni a 4,8 milioni dal 24 febbraio ad oggi. Vecchia novità di un tempo in cui l’informazione viene trasmessa e recepita come prodotto di consumo a breve scadenza, generando un immaginario collettivo della memoria corta.

Per tale ragione, è necessario passare dall’evento al processo: dalla logica delle azioni effimere e fini a sé stesse all’avvio di processi, nei quali venga data parola sia alla persona accolta che alla comunità accogliente. Entrambe ospiti in un mondo che sta cambiando troppo in fretta. Entrambe chiamate ad essere una sola comunità che superi il paradigma del «pensiero rigido» adottando un «pensiero aperto». Soltanto quest’ultimo «può affrontare la crisi e la comprensione di dove sta andando il mondo, di come si affrontano le crisi più complesse e urgenti, la geopolitica, le sfide dell’economia e la grave crisi umanitaria legata al dramma delle migrazioni, che è il vero nodo politico globale dei nostri giorni» afferma papa Francesco ( discorso a La civiltà cattolica, 9 febbraio 2017).

CARITAS APRE NUOVA FASE NELL'ACCOGLIENZA DELLE PERSONE UCRAINE, PROMUOVENDONE LA PARTECIPAZIONE ATTIVA NEL TESSUTO SOCIale

A livello diocesano, un primo passo in questa direzione è stato realizzato da Caritas diocesana attraverso il progetto “Per un’accoglienza diffusa e solidale”, nato come prima risposta all’emergenza ucraina e del quale hanno direttamente beneficiato 35 persone rifugiate inserite presso 13 nuclei famigliari, un’associazione e due comunità parrocchiali. Nello stesso tempo, è stato offerto ascolto e accompagnamento a circa 40 persone rifugiate che in questa fase hanno frequentato i dispositivi del Centro Papa Francesco. Con la diminuzione degli arrivi nel territorio modenese, Caritas diocesana vuole investire le migliori energie nell’accompagnamento delle persone già accolte, alcune delle quali mostrano difficoltà a costruirsi una nuova quotidianità laddove i pensieri e le emozioni rimangono ancorati nel Paese di provenienza, tutt’ora lacerato da un’inutile strage. Si tratta di una costante tensione tra il desiderio di tornare e la necessità di riprendere in mano la propria vita attraverso il lavoro, l’istruzione e la tessitura di legami relazionali.

Quest’ultima richiede la messa in campo di competenze differenti, spostando la priorità dalla casa e il cibo alla partecipazione effettiva nella vita del territorio. Questo perché loro tempo di permanenza in Italia non è definito, bensì rimane in correlazione con gli sviluppi di un conflitto le cui conseguenze sono ancora incerte. Vi è pertanto una necessità: che il periodo trascorso dalle persone ucraine nel nostro territorio non si riduca a una lunga attesa del ritorno; ma possa diventare un tempo di riscoperta delle proprie risorse e di attivazione dei singoli al servizio della comunità. Questo, per Caritas diocesana, il senso del progetto «A.p.r.i. Ucraina», che dà l’avvio a una nuova fase di un’accoglienza che coinvolge attivamente la città tutta: destinataria e protagonista di questo processo.


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