• estefano tamburrini

È IL CARCERE L’UNICA PENA POSSIBILE?

“la città deve saper gettare dei ponti che facilitino l’inclusione della persona nel tessuto comunitario”.


"Mi sono sempre chiesto perché Gesù faccia menzione dei carcerati, elencandoli insieme agli affamati, gli ammalati, gli stranieri. Nel Vangelo possiamo leggere che Egli è venuto a ‘proclamare ai prigionieri la liberazione’ e a ‘rimettere in libertà gli oppressi’ (Lc. 4,16-30; Is. 61,1)”.

Inizia così la riflessione dell’Arcivescovo Erio Castellucci in occasione del Convegno Pena-Carcere-Comunità, svoltosi la sera di martedì 11 maggio presso la Parrocchia Gesù Redentore. “Riflettendo su questo argomento, mi sono venute in mente almeno tre innocenti che hanno sopportato il peso di un’ingiusta prigionia, come lo sono Giuseppe l’egizio, Giovanni Battista e San Paolo” dichiara Castellucci, sottolineando che però “il più grande condannato lo si trova incarnato nella persona di Gesù”.


Per l’Arcivescovo, la comunità deve saper vigilare su due momenti: il primo riguarda “permanenza in carcere, dove il tempo non deve ridursi all’attesa della fine ma va riempito di relazioni” e mentre il secondo ha a che fare con la “paura del dopo”, fase in cui “la città deve saper gettare dei ponti che facilitino l’inclusione della persona nel tessuto comunitario”. Castellucci ha infine valorizzato l’impegno di cittadini e organizzazioni che, a partire dal proprio impegno quotidiano, lavorano in un’ottica riparativa anziché punitiva. Perché, come ricordato dal Cappellano del Carcere di Bologna Marcello Matté “la reclusione è lo sterile tentativo di pagare il male con il male, generando una distorsione secondo cui si garantisce più sicurezza tenendo chiuse le persone” e rinunciando “alla funzione educativa contemplata nell’articolo 27 della Costituzione”.

Vi è infatti uno sproporzionato divario tra le risorse investite per funzioni repressive e securitarie e quelle destinate alla rieducazione e socializzazione delle persone detenute: “sui 3 miliardi destinati ogni anno alle Case circondariali, oltre il 67% viene destinato alla Polizia Penitenziaria mentre solo 10% viene investito sul lavoro pedagogico”. Questa deriva è in parte incentivata da campagne elettorali giustizialiste e irresponsabili. Ne risulta un quadro in cui “per ogni poliziotto vi sono 19 detenuti mentre per ogni educatori i detenuti sono circa 100”. Il carcere, pertanto, non è sinonimo di giustizia, ma un luogo di povertà, indigenza, ed emarginazione sociale. Secondo il Cappellano, “i costi dell’educazione sono più bassi di quelli della repressione”. Serve però il coraggio politico di investire sulle misure alternative.


A tale riguardo, la direttrice del Carcere di Modena Anna Albano ha sottolineato il valore della Convenzione firmata dalla sua persona e dall’Arcivescovo Castellucci lo scorso 16 aprile, in occasione della Messa di Pasqua tenutasi nella Casa circondariale. “Questo strumento rappresenta, per le persone detenute, un’opportunità di partecipazione attiva nel nostro tessuto sociale”, spiegando che l’accordo “prevede la realizzazione di lavori di pubblica utilità presso alcuni luoghi cari alla Chiesa di Modena, come il Centro Papa Francesco, il Laboratorio Crocetta e il Seminario Arcivescovile”. Secondo la direttrice, “si tratta di restituire un valore pedagogico al tempo della detenzione, affinché esso non si riduca alla mera ritorsione della pena”. Secondo Albano, l’alleanza tra Chiesa, carcere e città e volta a “promuovere un pieno esercizio della cittadinanza da parte delle persone detenute, le quali non si riducono al reato da loro commesso” ma restano “titolari di un’inalienabile dignità”.



La versione integrale dell'incontro è visionabile al seguente link:



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