Ideale/Valore

ideale agg. e s. m.

. – 1. agg. a. Che appartiene o è proprio dell’idea, intesa come entità essenzialmente mentale e spirituale contrapposta alla realtà esterna; quindi, in genere, che non ha esistenza se non nella mente, irreale, astratto: tipi i., un modello ideale. Nel linguaggio scientifico e tecnico si contrappone a realeeffettivo, e simili;[…] b. Prodotto dalla fantasia, dall’immaginazione, che non ha rispondenza nella realtà o modello nella natura: personaggi ie personaggi storici di un romanzol’ippogrifo e la chimera sono esseri idealic. Che appartiene all’idea, come perfetto modello verso cui si tende nell’azione o nella conoscenza: i supremi valori i.; essere spinto da motivi i.

Il lavoro sociale, così come lo conosciamo, nasce all’incirca nei primi anni settanta, in un contesto fortemente contraddistinto da un impegno politico volto ad un vero e proprio sovvertimento di istituzioni totali e gerarchiche (come potevano essere i manicomi, gli orfanotrofi, le grandi strutture per la disabilità molto gravi). La volontà era di ripensare queste istituzioni e sostituirle con dei servizi diffusi nel territorio, gli “antenati” di molti degli attuali servizi. Sulla spinta di una forte dimensione “ideale” vi era quindi la convinzione che, nel prendersi cura delle problematiche sociali, il compito primario fosse quello di “trasformare la società” nel suo complesso, prima ancora di occuparsi del singolo individuo, dei soggetti più fragili.

Sappiamo bene quanto nel tempo servizi e politiche sociali si siano modificate; sviluppati in nuove coraggiose progettualità come oggetto di consistenti e progressive riduzioni delle risorse dedicate. Oggi assistiamo a un dibattito culturale su possibili nuovi paradigmi di welfare, per tentare di uscire dalla “tenaglia” dei criteri economicisti della “parsimonia” e della burocrazia che hanno condizionato pesantemente le politiche sociali degli ultimi dieci anni.

Immaginare un futuro diverso è possibile, a condizione di non abbandonarsi a sentimenti di nostalgia e di rimprovero per il tradimento degli “ideali” che avevano dato alla luce certi interventi. Siamo davvero sicuri che il richiamo a queste idee, come suggerisce l’etimo, a prescindere dal confronto con la realtà esterna, sia così auspicabile o innocuo?

Prendendo a prestito un’immagine offertami da Franca Olivetti Manoukian, psicosociologa fondatrice dello StudioAPS di Milano, “gli ideali spesso richiamano l’immagine di un singolo, o di gruppi che espongono un cartellone tenendolo in alto con le mani; e non consideriamo che, se le mani sono impegnate a brandire cartelloni, non si possono mettere a terra, non possono impugnare degli strumenti di lavoro”.

Meglio evitare qualsivoglia fraintendimento: gli ideali sono importanti. Possiamo paragonarli agli astri, alle costellazioni che consentono di orientare la navigazione di notte; oppure ad un faro che ci indica la rotta per raggiungere il porto. La metafora risulta particolarmente appropriata perché è come se la “luminosità” degli ideali, la loro importanza e il loro riconoscimento collettivo, dipendesse dalla nostra capacità di mantenerla viva, visibile. E anche perché è come se questa “luminosità” degli ideali ci aiutasse a riconoscere i valori che contengono e che spetta a noi incarnare e tradurre nella realtà (al valore/i dedicheremo un altro lemma di questo nostro lessico).

La “luce” degli ideali è quindi preziosa: illumina la “strada” del nostro agire, ci permette di riconoscere se il nostro operare tende a essi oppure risulta sterile, inerte. Rischiara il nostro cammino professionale ed umano in una realtà complessa, contradditoria, piena di dilemmi. E, possiamo aggiungere, questa “luce” non facilita solo la costruzione di processi di identificazione, importantissimi per dare una prospettiva ai nostri tentativi, ma ci permette anche di provare a rappresentare ciò che resta nell’ombra, il “lato oscuro della luna”, prendendo a prestito il titolo di uno storico album dei Pink Floyd.

Sento comunque la necessità di interrogare me stesso e il lettore intorno alla possibilità che l’ideale possa diventare una sorta di schermo per non affrontare le nostre paure personali, i vincoli che ci si presentano, anche il semplice confronto con la realtà.

Ancor di più: se l’ideale diviene idealizzazione di una professione, come di un sapere, si corre il rischio di non accettare la realtà così come ci si presenta ma di rappresentarla, a noi stessi e agli altri, in modo totalmente illusorio, con conseguenze che non sono da sottovalutare tanto sono pericolose tanto per chi le costruisce quanto per chi è portato a credervi. In riferimento al lavoro sociale, perseguire un ideale illusorio può facilmente tradursi nel rifiuto, consapevole o meno, di accettare il paradigma della “parzialità” del nostro agire e della nostra capacità di intervento.

E così ci si trova, più facilmente del previsto, a vivere pericolose oscillazioni tra sentimenti di onnipotenza, desideri “salvifici”, e scivolamenti nella sensazione di assoluta “impotenza”; oscillazioni che ci disorientano e che finiscono con demotivare, deludere, quando non addirittura a deprimerci.

Siamo davvero certi che, per fare un esempio che riguarda anche la cultura cristiana e cattolica, l’operare “per il bene del prossimo” sia così efficace e generativo di una relazione simmetrica tra le persone? Dobbiamo almeno riconoscere quanta presunzione contiene la “naturale” convinzione di conoscere quale sia il bene dell’altro, del prossimo.

E ancora: siamo altrettanto certi che questo paradigma della “pienezza” come orizzonte, questa assenza di “errori”, sia davvero la “terra promessa” verso la quale tendere? Pare che in questo caso nasca una pericolosa scissione tra quanto abbiamo appreso, ad esempio, da figure così significative della pedagogia del Novecento come Paulo Freire e don Lorenzo Milani rispetto all’importanza di un insegnamento che coinvolga i soggetti più poveri quali soggetti attivi e co-costruttori di saperi e conoscenze, e una dimensione più “militante” dell’agire che finisce con il depotenziare le possibili implicazioni, civili o politiche, di un lavoro sociale degno di tale nome.

Chi sceglie di operare nei contesti, appunto all’interno di questi, ha la maturità di riconoscersi parte, non ricerca o insegue utenti, organizzazioni, società “ideali” di sorta.

Può diventare allora interessante cogliere come le stesse professioni che svolgiamo talvolta conoscano dimensioni di idealizzazioni; come se fare l’operatore pastorale o un lavoro nell’ambito del sociale fosse più nobile di qualsiasi altro mestiere, e nella nostra professione fosse inscritto qualcosa di “buono in sé” e conoscano in altri momenti vissuti di (auto)svalutazione e vergogna.

Infine: siamo certi che inseguire degli ideali “nonostante tutto”, a prescindere dalla realtà, sia motivo di vanto? Forse dobbiamo operare una conversione e accogliere l’invito a “Vivere gli ideali”, come recita il titolo del libro in due volumi di Alessandro Manenti, sacerdote e terapeuta reggiano scomparso nel 2019. L’autore ci propone un itinerario che ci consente di vivere il quotidiano senza rinunciare al trascendente e al desiderio interiore, senza rifugiarsi nella semplice volontà ma sapendo tradurre con la nostra coscienza ciò che la realtà ci pone davanti, senza mai eluderla o trasfigurarla.

 valóre s. m. [dal lat. tardo (in glosse) valor -oris, der. di valere: v. valere]. – 1. Riferito a persona indica: a. Possesso di alte doti intellettuali e morali, o alto grado di capacità professionale (…) Nella lingua letter. ant., come sinon. di virtù, equivale talvolta a nobiltà d’animo (…) b. Coraggio, ardimento (…) lo sprezzo del pericolo dimostrati in qualità di semplice cittadino (…) Importanza che una cosa, materiale o astratta, ha, sia oggettivamente in sé stessa, sia soggettivamente nel giudizio dei singoli (…)  In filosofia il termine non ha un sign. unico e universalmente accolto: è stato inteso come principio o idea di validità universale (…) Dal punto di vista dei comportamenti sociali, si tende a considerare come valore ogni condizione o stato che l’individuo o più spesso una collettività reputa desiderabile, attribuendogli in genere significato e importanza particolari e assumendolo a criterio di valutazione di azioni e comportamenti (…) crisi dei v., l’indebolirsi e il venir meno della fiducia nei modelli etici e comportamentali tradizionali, condizione evocata spesso come criterio interpretativo del disorientamento ideale delle giovani generazioni nella società occidentale contemporanea. 

Il valore, pur non essendo qualcosa che il soggetto o un’organizzazione ha in sé, pur avendo una sua natura estrinseca, richiede comunque di essere “inverato”, tradotto, radicato in una realtà o assunto da una persona. È interessante che il vocabolario Treccani come primo riferimento del termine lo associ ad una persona e alle sue “alte doti”, intellettuali e morali, o professionali. Potremmo dire che il valore è qualcosa che precede la persona; è di fatto una profonda convinzione, che si sceglie, e si cerca di realizzare attraverso azioni e comportamenti congruenti, ma che comunque prevede una traduzione soggettiva.

E spesso è il frutto di qualcosa che proviene oltre che dall’esterno, dal di fuori, anche da chi ci ha preceduto e che, anche quando conosce delle modificazioni, a che fare con l’educazione; in ogni caso richiede sempre una presa di posizione da parte del soggetto. E questo con un costo molto elevato in termini di fatica, coerenza e talvolta ostilità altrui, permette al valore di divenire tangibile, visibile e conoscibile ad altri.

Il valore spesso si può intercettare anche a partire dal come si fanno le cose, dal come si lavora. Colui il quale assume un valore spesso è qualcuno che va alla radice delle questioni, che evita la superficialità e rifiuta di volgere lo sguardo altrove, che si rifiuta di scaricare su altri i problemi o di agire esclusivamente per compiacere qualcuno.

Spesso vi è un richiamo alla dimensione etica, anche in ambito professionale. E spesso vi sono precondizioni di un comportamento etico, come la capacità di ponderatezza e di riflessività, di un contegno che porta a non reagire di fronte a un problema chiedendosi subito e solo quale possa essere il proprio tornaconto o il danno che ne può subire la propria posizione.

Il valore, per essere assunto e tradotto, richiede quindi la disponibilità a percorrere una strada che è dispendiosa, aspra, difficile. Essa esige la disponibilità a mettersi in gioco, in discussione, a cambiare; svela le ambivalenze, le ambiguità e i conflitti interiori che ci abitano. Affermare un valore richiede di uscire di atteggiamenti superficiali, banalizzazioni e semplificazioni di comodo. Tentare di tradurlo assumendolo con serietà è la condizione di base per avvicinarsi con atteggiamento di riguardo e di attenzione alle cose e alle questioni quale che sia la loro entità, siano cioè esse piccole o grandi questioni. Questa serietà non ci permette di rispondere meccanicamente e in modo elusivo. Essa esige “tatto”, prudenza, e può aprire la strada al rispetto, che può divenire una prima esemplificazione di ciò che si intende argomentare.

Per esempio quanto nel nostro lavoro si è capaci di assumere questo valore a partire dalla disponibilità insita nell’etimologia della parola, ovvero re-spicere, il “guardare indietro”, il volgersi per guardare, o l’osservare con riguardo? Quando sappiamo valutare i limiti e attenerci ad essi senza travalicarli? Quanto il limite è espressione di qualcosa che dà forma e vivibilità all’esistenza? Quanto la vulnerabilità dell’altro riflette e risveglia il senso della mia?

Il valore richiama sempre ad una sua affermazione o realizzazione parziale, che non può e non deve essere vissuta con sensi di colpa o, peggio, con rabbia per il suo mancato successo, ma come qualcosa di solido e soprattutto denso di significati che possono aiutarci a metabolizzare anche gli inevitabili, quasi fisiologici, insuccessi e rinnovare le nostre motivazioni iniziali.

Conviene tornare ad una delle definizioni citate: il valore esprime anche ciò che “l’individuo o più spesso una collettività reputa desiderabile”; è dunque condizionato tanto da convinzioni individuali quanto da quelle elaborate da una collettività come “cultura”; non ha di per sé un’accezione positiva: se così fosse implicherebbe una nuova idealizzazione. Il pregio principale consiste, è un’ipotesi aperta, nella possibilità di verificarlo attraverso traduzioni operative, di metterlo al vaglio

in una dimensione temporale sui suoi esiti e conseguenze.

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