Urgenza/Urgente

urgènza s. f. [dal lat. tardo urgentia, der. di urgens -entis «urgente»]. – 1. Il fatto, la condizione di essere urgente; situazione che richiede interventi immediati e rapidi: abbiamo u. di soldipuoi farlo quando credi, non c’è u.l’ammalato è stato ricoverato d’u. all’ospedalechiamare d’u. i vigili del fuocoè partito d’urgenza. (…) d. Sollecitudine, rapidità: questo pacco va spedito con urgenza (e, in genere, l’espressione con u. equivale a urgentemente); fare urgenza, sollecitare, premere perché una cosa sia fatta con rapidità. 

Spesso nei servizi socio-sanitari, ma non di meno nelle organizzazioni del terzo settore e anche nella Chiesa, si ricorre a nominare la parola urgenza, forse più spesso nella forma di aggettivo urgente. Pare di vivere in una condizione di perenne “urgenza”.

Ci autorizziamo a interrogarci su cosa ciò significhi; etimologicamente il sostantivo proviene dal latino urgentia, ed è un derivato di urgens-urgentis. Un’altra definizione corrente è quella di “necessità impellente, inderogabile di qualcosa”.

A ben vedere, crediamo sia importante sottolineare che spesso le condizioni divengono “urgenti” perché legate a dimensioni soggettive di porsi, per il modo con cui ciascuno di noi le vive e le affronta. L’accento, l’enfasi, si pone sulla “necessità” di fornire una risposta celere alla richiesta presentata da un soggetto, che in quanto tale assume caratteristiche “particolari” rispetto a ciò che realmente il soggetto sta vivendo.

Non vi è quasi mai qualche cosa di oggettivo. Ci sembra che nell’urgenza vi sia un implicito che ci preoccupa o quanto meno ci lascia interdetti. Pare che sia una vicenda, una questione “indiscutibile”, per cui diviene estremamente difficile porre domande, cercare di comprendere; in fondo, tutto quanto esula da risposte o soluzioni rapide viene vissuto come un “perdere tempo”. E che, perciò, vi sia l’impossibilità di pensare insieme attorno alle “questioni urgenti”.

Crediamo opportuno, almeno in questo testo, segnalare quanto facile divenga, a nostro avviso scivolare, se non vi è un dialogo e un pensiero collettivo, nella convinzione della necessità di obbedire a un “principio superiore”, che ci “sovrasta” e, di fatto, ci domina. Vale la pena cercare di mettere in guardia noi stessi che, in questo modo, si finisce tacitamente per ritenere necessaria e accettare una qualsiasi “imposizione”.

Mentre scriviamo immaginiamo che qualcuno potrebbe obiettare: quanto valgono queste argomentazioni di fronte all’urgenza, per un medico, di dover intervenire con la massima celerità rispetto ad un infarto? Cosa dovrebbe fare un assistente sociale, o le forze dell’ordine, quando viene eseguito uno sfratto di una famiglia con minori? Senza estremizzazioni, ci permettiamo di segnalare che spesso anche in ambito sanitario si raggiungono condizioni di estrema gravità proprio perché non si è prestata attenzione, non si sono raccolti e soppesati adeguatamente gli indizi, si sono sottovalutati i sintomi, non si è fatta opera di prevenzione affinché fossero assunti corretti stili di vita. O, nel caso dello sfratto, ci si dovrebbe interrogare se davvero, nelle settimane o nei mesi precedenti la scadenza, si sia fatto tutto il possibile per evitare che una famiglia si ritrovi per strada.

Vale la pena anche ricordare come l’urgenza spesso venga considerata come “questione di vita o di morte”. E come gli interventi “d’urgenza” spesso volgano proprio verso un paradigma sanitario. Anche in altri contesti, ad esempio di natura economica, si tende a porre al centro di ogni considerazione il problema, la “questione urgente”, a discapito della persona; con l’implicita rappresentazione del problema come di qualcosa che “va rimosso”, come sinonimo di “colpa”. Per debellare una malattia, ma anche un dissesto finanziario, ci si affida a saperi specialistici, a “professionisti” che con il loro sapere sempre più sofisticato e affinato applicano “tecniche operative” altrettanto sofisticate. Implicitamente la guarigione del paziente o dell’impresa, quando non quella della Nazione, prevede l’applicazione di determinate procedure che non possono né devono essere oggetto di qualsivoglia critica o discussione. In fondo, nell’urgenza, la relazione è fortemente asimmetrica; innanzi tutto sul piano dei saperi: il paziente sta male, non sa perché (e non pare importante debba conoscerne le cause), si deve forzatamente “affidare” al medico. Chi sa, chi detiene le conoscenze o la capacità di interpretare i sintomi, finisce però con il limitarsi a “prescrivere” la cura degli effetti, non a prendere in mano le cause degli stessi.

Quello appena descritto è un modo di porsi che possiamo trovare spesso anche tra gli operatori sociali, un atteggiamento che non lascia indenni nemmeno le nostre professioni e il nostro agire come operatori Caritas.

Sembra del tutto evidente, allora, che le virtù del paziente/utente debbano comprendere l’osservanza, la docilità, la dipendenza. La collaborazione è possibile se si possiedono (o si assumono) queste caratteristiche, che vengono richieste, ovviamente, al fine di poter “guarire”.

L’utente, come il paziente, diviene quindi collaborativo se riesce nell’esercizio di precise “virtù”. Non ci rendiamo troppo spesso conto di quanto questa richiesta provenga, consapevolmente o meno, proprio dal vivere soggettivamente la relazione di aiuto come un’urgenza che, da “specialisti”, siamo chiamati (e ci pensiamo in grado) di risolvere.

Mentre scriviamo queste righe non possiamo non riflettere sulle vicende di questi mesi di “urgenza” sanitaria, e osservare che tutto sommato il modo di affrontarla non si discosta molto dalla ricerca a tutti i costi di risposte, sotto forma di decisioni indiscutibili, sì necessarie ma in fondo inefficaci poiché faticano a prendere in considerazione il quadro di insieme, un complessivo cambiamento di paradigma nelle nostre esistenze. Resta aperta la domanda se in queste condizioni sia possibile un confronto e un pensiero, magari anche divergente. A partire dalla quotidianità del nostro agire e del nostro lavoro.

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