Emergenza/Emergente

emergènza s. f. [der. di emergere]. – 1. L’atto dell’emergere; in senso concr., ciò che emerge. (…) 2. a. Circostanza imprevista, accidente: la congiuntura de’ tempi e delle e. (Salvini). b. Sull’esempio dell’ingl. emergency, particolare condizione di cose, momento critico, che richiede un intervento immediato, soprattutto nella locuzione stato di emergenza (…). Con usi più generici e più com.: avere un’e.; essere, trovarsi in una situazione di e., di improvvisa difficoltà; (…) e. Nel linguaggio giornalistico (seguito da un sost.), situazione di estrema pericolosità pubblica, tale da richiedere l’adozione di interventi eccezionali: e. droga; e. mafia; e. occupazione.

Un’altra parola molto di moda, a nostro avviso spesso abusata, e a cui viene immediatamente associata solo una valenza negativa, è emergenza.
Ricorrendo però alla definizione principale possiamo leggere come l’emergenza consista ne “l’atto dell’emergere”. Etimologicamente deriva da emersus, participio passato del verbo latino emergere (a sua volta composto da e-mergere, che significa tuffare, sommergere). Emergere quindi è venire in superficie, come si usa dire: “venire a galla
Potremmo allora affermare che quando si parla di “emergenza” si dovrebbe parlare di qualcosa che è finalmente visibile; e quindi, proprio in quanto visibile, di qualcosa su cui si può prendere parola, interrogandosi sulle cause.
Ritornando alla bella immagine che ci consegna l’etimologia del termine, “ciò che esce all’improvviso dalla superficie calma delle acque”, forse possiamo evitare di scivolare nell’accezione negativa; un tempo “emergente” poteva essere tanto qualcosa di bello e fortunato quanto qualcosa di pericoloso e catastrofico. È stato il naturale polarizzarsi delle parole neutre che ha portato ad un significato scuro, forse sotto la particolare influenza dell’equivalente inglese emergency (che anche negli ospedali italiani ormai si affianca, quando non sostituisce, nell’indicare il “Pronto soccorso”), usato come eufemismo in italiano per allarme.
Resta comunque decisivo un connotato: l’emergenza è improvvisa, una fase acuta. Sarebbe tuttavia importante distinguere tra le gravi situazioni di pericolo incancrenite nei decenni, che non sono emergenze, e che evidentemente non possono trovare rimedio con le “decisioni” rapide e tempestive della cui presunta necessità i giornali e la politica ci hanno abituato.
E riteniamo anche di poter affermare che le emergenze riguardano spesso più una dimensione collettiva che individuale; non che non riguardino il soggetto, ma solo se collocato in un contesto più ampio, relazionale. In quella che, con il nostro linguaggio, chiamiamo comunità o collettività.
È forse un’emergenza la questione abitativa a Modena? O lo è forse la condizione di quelle persone con grave disagio abitativo che finiscono con il rischiare la vita nelle notti invernali? Sono un’emergenza le, del tutto prevedibili, conseguenze di un evento atmosferico particolarmente intenso e straordinario che provoca danni ingenti alle persone, alle cose, alle infrastrutture dopo decenni di mancata manutenzione e cura del (nostro, ogni anno) territorio?
È un’emergenza l’essersi ritrovati, a causa della pandemia, con centinaia di scolari e studenti che non sono nella condizione di potersi collegare con le proprie scuole per la didattica a distanza, perché privi di dispositivi tecnologici, senza una connessione o con una rete insufficiente alla portabilità di dati che è di gran lunga superiore a quella prevista dalle attuali “infrastrutture tecnologiche”?
Di passaggio: è emersa la necessità, nel nostro paese, di una alfabetizzazione tecnologica e informatica diffusa, indispensabile per colmare un divario su cui non si è investito perché non “visibile”, in un qualche modo sommerso e poco visibile agli occhi distratti delle istituzioni (e anche ai nostri), almeno fino a qualche mese fa.
Di certo l’emergenza, quanto l’urgenza, sembrano schiacciare gli individui, i gruppi, le organizzazioni sul “qui e ora”; su un presente ed un immediato che si dilatano senza arresto. Dove, in questo tempo immediato e dilatato senza soluzione di continuità prevale un vissuto di preoccupazione ed angoscia per una, già accaduta o possibile, catastrofe incombente, che finisce con l’offuscare lo sguardo, che non riesce nemmeno a cogliere e valorizzare l’emergente solidarietà tra le persone, che è il segno in positivo di questo tempo di pandemia. Vi è una parte di società che sta dando il meglio di sé; non possiamo non pensare alle decine di volontari che si sono messi a disposizione, in prima linea, per venire in soccorso delle famiglie più fragili.
Ma anche in questo caso, di fronte a questa emersione di umanità, le istituzioni, le organizzazioni, la politica hanno la lungimiranza di tenerne viva la motivazione e la sensibilità, avviando percorsi di accompagnamento formativo e di rielaborazione dell’esperienza per alimentare una seria riflessività e un pensiero collettivo?

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