«Per una Chiesa attenta ai bisogni»

DI ESTEFANO J. SOLER TAMBURRINI

«Ogni evento deve essere interpretato come una chiamata per sentirsi sempre una comunità in cammino tra la gente, animata dai valori di gratuità e servizio e capace di fare rete con tutte le persone di buona volontà che si incontrano»

Don Giuliano Gazzetti, vicario generale dell’arcidiocesi di Modena– Nonantola, per parlare del progetto «Donne e uomini di Speranza» attivato dalla Caritas diocesana durante la pandemia offre un’interessante riflessione sul ruolo di una Chiesa chiamata a fare comunità e su come la dottrina sociale possa orientarci in questi tempi di difficoltà. Ponendo l’accento sul ruolo delle parrocchie e dei volontari durante l’emergenza, il Vicario ha sottolineato l’importanza di un impegno sociale che si ispiri ai valori del servizio e della gratuità.

Come vicario della Chiesa locale, cos’ha significato il progetto «Donne e uomini di Speranza» per lei e per la città di Modena?

Fa parte proprio di un metodo di Chiesa per cui gli eventi, per tutti noi, sono delle parole: quello che succede non va letto solo in ambito sociologico ed economico ma come un avvenimento da discernere, come una chiamata, un appello che ci viene fatto. Il progetto ha voluto essere una risposta a un appello che abbiamo intravisto attraverso la situazione che si è venuta a creare di nuovi bisogni non solo in termini economici, ma anche relazionali. Credo che attraverso gli appelli di Dio vi sia sempre una modalità provvidenziale, forse anche per metterci in cammino e per intravvedere nuove strade che, secondo me, fanno bene alla Chiesa e la aiutano a rivedere la sua vocazione e la sua identità in mezzo alla gente, al popolo e alla storia.

A proposito di identità e vocazione, secondo la sua esperienza di professore di Dottrina sociale della Chiesa, come può quest’ultima orientarci in questo percorso?

Sono stati gli eventi a sollecitare la Chiesa a darsi una dottrina sociale che riguarda essenzialmente tre ambiti: l’ambito, innanzitutto, del lavoro, cioè come la Chiesa invita a dare un particolare senso al lavoro non limitandolo solo a un problema di occupazione o disoccupazione, ma ragionando su come si lavora oggi; poi c’è un ambito che riguarda la vita politica e un altro che riguarda la cultura. Noi sappiamo

che c’è una cultura fortemente individualista e poco legata al senso comune. E la Chiesa è chiamata anche a fare cultura attraverso il pensiero su come si lavora e come si fa politica, a fare cultura attraverso la sua attività formativa. Occorre dare al lavoro un senso più orientato al bene comune. Certo, prima di tutto bisogna che ci sia il lavoro, e su questo la politica è chiamata in causa, ma anche il come si lavora fa la differenza: se io vado a lavorare e non creo solidarietà, non creo amicizia, non creo bene comune. Questo non può essere un modo di lavorare che crea un futuro o che promuove una partecipazione del soggetto anche alla vita.

L’emergenza ha messo in discussione la sostenibilità dell’attuale modello economico. Può la Chiesa offrire una nuova prospettiva, che aiuti il vivere il lavoro come la costruzione di un bene comune?

Mi sono sempre interrogato su un’affermazione di Giovanni Paolo II, che trovo molto pertinente ma anche una vera e propria sfida. È una citazione che viene dalla Christifideles Laici e che riporto sempre anche nei miei insegnamenti, perché c’è una citazione che suona così: è vero che la società ha bisogno di riformarsi, però la Chiesa è abilitata a stare dentro la società – anche per promuovere un nuovo modello di sviluppo – solo se riesce ad essere una comunità. Allora ci sarà creatività, ci sarà ideazione e ci sarà la capacità di stare sul territorio.


L’incontro del vescovo Castellucci con i volontari del progetto «Donne e uomini di Speranza» nel cortile del magazzino Acli. Sopra, don Giuliano Gazzetti

Da questo appello è nata una rete di solidarietà che forse in altre condizioni non si sarebbe formata. Quale futuro vede per una rete di questo tipo? Può essa perdurare nel tempo? E a partire da quali valori e prassi può essere sostenuta?

Quello che è stato suscitato dall’attività di «Donne e uomini di Speranza», il rapporto con certe realtà come Acli e Croce Blu, è esattamente ciò che siamo chiamati a fare: se la Chiesa non è un elemento che fa rete, non vedo che cosa ci stia a fare. Perché nella Chiesa c’è proprio una vocazione specifica ad incontrare gli uomini del nostro tempo e specialmente gli uomini di buona volontà.

Alcune volte le opere dello Spirito Santo ci fanno ritrovare in quella realtà descritta nel Vangelo di Matteo – Mt 25 – in cui c’è gente che un giorno verrà giudicata degna di entrare nel regno di Dio e dirà «ma io non ti conosco, non ho fatto niente» e si sentirà rispondere «tutte le volte che hai fatto questo a un fratello l’hai fatto a me». Questa è la categoria di persone con cui si può collaborare, costruire e ideare creatività, perché di fatto vivono un’esperienza di spiritualità. Anche qui vi è una bella novità!

Infine, credo che gli avvenimenti ci stanno incalzando per fare rete con questi uomini di buona volontà. Del resto, come Caritas diocesana, penso ne abbiate incontrati tanti.

Poi, sia la Chiesa sia le istituzioni devono sempre stare molto attente e vigilare su quali siano le motivazioni che portano a queste collaborazioni: non dev’essere né un interesse della Chiesa né un interesse di altri. L’importante è trovarsi nei valori di gratuità e di servizio, che rappresentano sempre una verifica fondamentale.


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