«La bellezza dell’incontro: una reciprocità che arricchisce entrambi»

DI ELEONORA MACCAFERRI

Le storie di Anna Paola e Licia, una testimonianza di come chi ha ricevuto è stato il primo a donare nel momento di difficoltà a causa della pandemia

Il progetto «Donne e uomini di Speranza» ha messo in luce e interconnesso parti della città per lo più conosciute, mettendo in relazione una gamma di storie che ha dato vita ad una tela assai ricca e colorata di esperienze.

Proviamo a conoscere megliodue lati essenziali del progetto: i beneficiari e i volontari. Sono le storiedi Anna Paola e Licia, due donne legate alla Caritas diocesana modenese ancheprima dell’emergenza: Anna Paola, un’energica signora che frequenta da anni glispazi del centro diurno in via dei Servi e Licia, una ragazza che vive ormai datre mesi all’interno del Centro d’accoglienza Papa Francesco. Entrambesono state «toccate» dal progetto «Donne e uomini di Speranza» e hannocontribuito in maniera attiva alla realizzazione di quell’intreccio diesperienze e racconti che vanno a costituire la vera ricchezza di taleprogetto.

È difficile, raccontando le loro storie, captare una distanza tra chi offre e chi riceve. La sensazione che rimane, ascoltando le loro testimonianze,rimanda ad un’idea di reciprocità.

Scambiare due chiacchiere dal balcone con Anna Paola vuol dire scoprire che è una donna ricca di energia,che durante la quarantena non si è mai fermata e nonostante le limitazioni imposte dall’epidemia si è messa a disposizione per gli inquilini del suo palazzo, mettendo a frutto le proprie doti da sarta, ha coltivato la passione per il giardinaggio piantando in questi mesi sul balcone pomodoro, basilico,prezzemolo, patate e peperoncini. Anna Paola trasmette gioia a chi la incontra,come i volontari con i quali scherzando dice: «Chi mi ferma? Non riesco mica a stare ferma. Ho le gambe talmente nervose che non vedo l’ora di muoverle».

La consegna alimentare nelle case diventa dunque un semplice e puro momento di condivisione di episodi di vita quotidiana in cui l’unico aspetto davvero essenziale è quello di ascoltare e stare con l’altro. Questo «stare» lo ha ben compreso anche Licia, una delle prime persone a farsi avanti come volontaria per il progetto «Donne e uomini di Speranza»: «Quando me ne hanno parlato, subito ho detto che se fosse stato possibile sarei andata volentieri anche io al magazzino del Tempio». Per tutta la durata del progetto ha dato la sua disponibilità e donato il suo tempo per dare una mano nel confezionamento dei pacchi alimentari destinati alle famiglie più in difficoltà di Modena. Un lavoro dietro le quinte, senza tanti riconoscimenti e a volte anche faticoso,affrontato in un periodo in cui la cosa più semplice e logica da fare sembrava fosse chiudersi nelle proprie case aspettando la fine di questa emergenza.

Parlando con Licia emergono quelle che sono le motivazioni che l’hanno spintaad impiegare nel progetto parte del suo tempo: «Mi sono sentita anche un po’sollevata nel poter dare una mano. Ho capito che sarei riuscita anche io adaiutare qualcuno… So cosa vuol dire avere bisogno, so cosa vuol direquando qualcuno ti da una mano e per me è molto importante poter restituire ciòche mi è stato dato, rendendomi utile come possibile».

Entrambe le storie rientrano all’interno di quella che papa Francesco (in Evangelii gaudium, n.192)definisce la visione del popolo come «diventare un popolo è qualcosa di più[…], è un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare afarlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro».

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