CORRIDOI UMANITARI

“Insieme a mio fratello e mia cognata vogliamo ringraziare la comunità di Nonantola perché ci ha permesso di lasciare la “strada stretta” del campo profughi in Etiopia, priva di speranze ed opportunità per il futuro, per una nuova, molto più larga, in questo paese che ci offre un’opportunità per immaginare e disegnare il nostro futuro. Preghiamo il Signore perché, anche tutti voi che ci state accogliendo, possiate avere e cogliere le occasioni di lasciare la strada stretta per la strada larga, di immaginare nuovi scenari ed orizzonti….E questa possibilità la si ha anche attraverso il dare accoglienza a persone come state facendo con noi”.

Questa preghiera, pronunciata da Welde (una delle tre persone accolte a Nonantola) in occasione della messa della “giornata del pensiero” celebrata da don Erio lo scorso 24 febbraio è la miglior sintesi del senso dell’accoglienza.

Welde, Senait, Tekle sono 3 persone eritree provenienti dal campo profughi di Shimelba in Etiopia che hanno potuto aderire ai “Corridoi Umanitari” promossi da Caritas Italiana: un modo legale e sicuro per arrivare in Italia senza dover passare per trafficanti, attraversare il deserto, affrontare i rischi di torture in Libia o in Sinai, passare il Mediterraneo. 

Sono arrivati in Italia il giorno di san Geminiano; tutto quello che avevano con sé era contenuto in 3 valigie; insieme a queste ognuno si portava appresso anni di libertà privata, fatiche e segni indelebili sul corpo. Senait aveva con sé qualcosa in più: una vita, che probabilmente sarà già venuta al mondo mentre pubblichiamo questo pezzo.

E così queste tre persone provenienti da un territorio così lontano, geograficamente e culturalmente, sono arrivate a Nonantola. La tradizione dell’accoglienza nel nostro territorio ha radici antiche: fin dai primi secoli della sua fondazione il monastero benedettino di Nonantola accolse una grande quantità di “origini” diverse, come si evince da molti dei nomi delle persone che vissero lì o da lì passarono: nomi biblici, ma anche greci, longobardi, burgundi, franchi, provenienti presumibilmente da aree lombardo-venete, toscane, del meridione, galliche, occitaniche, pannoniche, del nord Europa e persino orientali e africane. L’episodio più famoso che ha reso Nonantola esempio di accoglienza per il mondo è stato tra il 1942 ed il 1943 quando un prete, un medico e diverse famiglie hanno rischiato la vita per salvare i “ragazzi di Villa Emma” che le legge e la maggioranza politica di allora avrebbe mandato nei lager nazisti.

Da maggio 2017 sono arrivati sul territorio di Nonantola una sessantina di ragazzi richiedenti asilo. In città  si era già costituito il comitato “Anni in fuga” , nato dalla collaborazione della scuola d’italiano gestita dal Centro Interculturale del Comune, la Caritas parrocchiale e diocesana e tanti cittadini. Obiettivo del comitato, poi costituitosi in associazione, è quello di promuovere incontri, partecipare a tavoli con le istituzioni e gli enti gestori, creare occasioni d’incontro per favorire un’ accoglienza e integrazione che riduca al minimo situazioni di sradicamento, isolamento ed emarginazione.

Partendo da questa sensibilità, la comunità nonantolana si è quindi resa disponibile a fare un percorso per prepararsi ad accogliere al meglio questa famiglia: attraverso il confronto con le realtà che sul territorio hanno una maggiore attenzione al tema dell’ accoglienza (a partire dalla Parrocchia e dall’ Associazione “Anni in fuga”)  e con l’accompagnamento della Caritas Diocesana.

Grazie all’impegno di tanti è stato possibile trovare la casa, sistemarla per poter accogliere 3 persone, provvedere a indumenti, stoviglie e tutto il necessario per abitarla.

Dopo il loro arrivo, parallelamente alla procedura prevista per la richiesta di protezione internazionale, i 3 amici stanno imparando la lingua, frequentando 3 volte alla settimana la scuola di italiano “Frisoun”;  Welde gioca in una squadra composta da diversi ragazzi richiedenti asilo, Tekle disegna e frequenta un gruppo di pittori, Senait, sostenuta da diverse mamme, si prepara ad esserlo a sua volta.

Pian piano, ognuno con la propria modalità, sta trovando la chiave per entrare in relazione con i nostri ospiti: chi invitandoli a pranzo a casa propria, chi cucinando con prodotti nuovi per loro, chi coinvolgendoli in attività del territorio, chi prestando le proprie competenze professionali per accompagnarli nel disbrigo delle pratiche burocratiche.

Questo percorso è facilitato da un affiancamento della Caritas Diocesana che ha messo a disposizione delle risorse; dal supporto discreto ma molto presente di Libero e Lauretta, famiglia tutor che quotidianamente incontra questi (quasi) 4 nuovi nonantolani; e dalle tante persone che si stanno coinvolgendo per un’accoglienza diffusa.

Quando parliamo di accoglienza dobbiamo tenere presente che occorre essere capaci di accogliere anche la paura che nasce dall’incontro con qualcosa di nuovo, qualcosa che non conosciamo e per questo non siamo in grado di gestire da subito. 

La paura è un sentimento naturale, intrinseco nell’uomo, che porta ad avere attenzione ed osservare “a distanza di sicurezza”.

Crediamo che la forma di accoglienza che stiamo sperimentando dia l’opportunità a tanti di mettersi in gioco con gradualità, in modi e tempi diversi.

Accogliere è quindi vincere un’inerzia, lavorare su sé stessi, superare le nostre preclusioni e pregiudizi, e mettersi in movimento. Ridurre la distanza ci porta a vedere l’altro non più come un pericolo, avvicinandoci ancora è più facile riconoscervi un fratello.

Welde, attraverso le sue parole, ci ha detto con una chiarezza ed una lucidità rare di come l’accoglienza possa essere un’occasione di conversione per noi.

Quanto è vero che i poveri ci evangelizzano!