CHI SIAMO 2

Dal 1971 (anno della sua fondazione per volere di Paolo VI) la Caritas è l’organismo pastorale della CEI che, come  possiamo notare da queste parole, ha al centro la promozione di una testimonianza della carità con funzione pedagogica. Nei singoli territori per la Caritas è fondamentale mettersi in ascolto dei poveri e dei territori, osservare le evoluzioni degli stessi sia in ambito delle povertà che delle risorse per arrivare a discernere per animare le comunità. È fondamentale ricordarci il mandato di Caritas Italiana anche attraverso il documento alle Caritas Parrocchiali del 1999 “Da questo vi riconosceranno” al n. 27: I servizi-segno non sono la soluzione ai numerosi problemi di povertà ed esclusione sociale; indicano invece il dovere delle comunità civile ed ecclesiale di presa in carico dei soggetti più deboli. L’obiettivo deve essere aumentare il numero di persone della comunità che entrano a contatto con i poveri. Più che fare per si tratta di fare-con. Infine, ci hanno particolarmente interpellato le parole dell’ultimo intervento del cardinale Montenegro, Vescovo di Agrigento e Presidente di Caritas Italiana, all’ultimo Convegno Nazionale del marzo 2017 sul tema “Per uno sviluppo umano integrale” tenutosi a Castellaneta(TA): Vogliamo essere Chiesa esperta di umano. Non solo servizi, abbiamo da ricevere e da dare. Il nostro compito è di scandalizzare attraverso la profezia. Caritas Italiana insiste affinché vi sia la ricerca di superare quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri e dei poveri, e di mettere in discussione le “macrorelazioni”, agendo quotidianamente per la dignità di ogni uomo e di tutto l’uomo. Una carità dunque più ampia, diretta e indiretta, volta a promuovere, emancipare persone e realtà, lavorare in rete, in alleanza con altri soggetti. Con la capacità e il coraggio di sperimentare modelli alternativi, cambiamenti di paradigmi. Un impegno che chiede alle Caritas diocesane italiane di dare il loro contributo alla grande sfi da culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione (LS 202).

La Caritas di Modena nasce durante l’episcopato di Mons. Santo Quadri e grazie alla volontà e alla testimonianza della Carità vissuta in prima persona da Don Adriano Fornari, primo direttore. Fin dai primi anni la Caritas a Modena ha svolto un ruolo più di promozione che di gestione di alcuni servizi e opere che invece erano sotto la guida di differenti realtà organizzative che hanno certamente saputo rispondere ai bisogni del tempo. All’interno della Chiesa di Modena sono nate realtà associative, cooperative sociali, di ispirazione cristiana che ancora oggi rappresentano una ricchezza per il Terzo Settore del nostro territorio.

I primi anni dei fenomeni migratori, alcune fragilità esistenziali come la tossicodipendenza, la psichiatria, la disabilità hanno trovato in questi servizi risposte adeguate e in alcuni casi pionieristiche, come l’intuizione di avviare percorsi che consentissero inserimenti al mondo del lavoro protetti.

Per volontà del Vescovo Cocchi, che è stato ricordiamo presidente di Caritas Italiana, la Caritas ha poi iniziato a gestire direttamente il Centro di Ascolto Diocesano in Via dei Servi dal 2005, sotto la direzione di Giuseppina Caselli, con la volontà di mantenere un ruolo centrale di promozione e non gestione, ma lasciandosi interpellare dai segni dei tempi.

Dopo la fine dell’Obiezione di Coscienza, la nostra Caritas ha promosso convintamente il Servizio Civile Nazionale, ha sviluppato un settore rivolto ai giovani, che sarebbe poi stato nominato a livello Nazionale delle Proposte Diversificate fi no ad avviare progettualità innovative rivolte ai giovani che sono entrati in reti nazionali. La Caritas Diocesana ha infine compreso come la realtà territoriali, anche con una buona dose di autonomia, avessero risposto con prossimità agli anni della crisi e ha ritenuto prioritario concentrare gli sforzi nel mettere in rete queste risorse e costruire delle partnership forti con il mondo dei servizi pubblici, alla luce della sussidiarietà da sempre auspicata. Nasce così il protocollo di Intesa con il Comune di Modena che avvia alcune esperienze sui temi dell’accoglienza comunitaria invernale, sui tavoli di coordinamento con i servizi sociali territoriali cercando di promuovere delle nuove sinergie tra pubblico e mondo delle Caritas Parrocchiali.

Il terremoto del 2012 è stato certamente un evento traumatico che tuttavia ha consentito di ricostruire legami con alcuni territori e far nascere scambi all’insegna della solidarietà tra comunità su questioni materiali ma anche su progetti di accompagnamento formativo e gemellaggi con altre Delegazioni Regionali che hanno avuto importanti ricadute pastorali di cui ancora beneficiamo.

Dal 2014 la nostra Caritas ha cambiato la direzione, che è stata affi data ad Eros Benassi, e che ha fortemente investito sull’équipe diocesana e ritenuto prioritario un lavoro anche di gestione diretta delle opere-segno della Caritas per non disgiungerle dal ruolo di animazione delle comunità che ci sembra sempre il nostro orizzonte e la nostra priorità.

Infatti, il progettare servizi in cui l’animazione sia integrata nell’opera-segno era divenuto indispensabile.

Il nostro compito oggi è quello di rendere autentico, all’interno della nostra Diocesi, questo mandato così ambizioso e impegnativo che ha a cuore il cambiamento, ben consapevoli di agire in un contesto radicalmente mutato, con cui è necessario rimanere “connessi”. Tenersi connessi al contesto, per noi significa saper entrare in contatto con i principali fenomeni sociali, anche quando questi non corrispondono ai nostri desideri e nella dinamica sociale sembrano prevalere rapporti di forza e culture diverse da quelle di chi vuole allargare i confini dei diritti e della cittadinanza. Solo se c’è questa esplorazione continua evitiamo di scambiare la realtà con i valori in modo da entrare in contatto con le sfide del nostro tempo. È evidente che negli ultimi dieci anni le povertà nei nostri territori abbiano assunto diversi volti, abbiano sempre più assunto un carattere multidimensionale, e soprattutto messo a “rischio” molte più persone. Gli ultimi dati dell’Unione Europea ci dicono che solo un cittadino su tre è “garantito” e suffi cientemente tutelato dalla povertà. Un territorio come il nostro, solo per riportare il dato significativo, in dieci anni ha visto triplicare, secondo stime prudenti, il tasso di disoccupazione, colpendo in particolare i giovani, le famiglie numerose monoreddito, le persone con legami sociali molto bassi. È impossibile, infine, non tenere conto dei recenti fenomeni migratori frutto di conflitti bellici di quella “terza guerra mondiale a pezzetti” più volte evocata da Papa Francesco; l’arrivo di questi fratelli e sorelle impatta con i nostri servizi, spesso impreparati a offrire risposte dignitose e che non siano esclusivamente emergenziali. In questa direzione ci dà particolare incoraggiamento l’invito del nostro Arcivescovo Erio Castellucci, nella sua lettera pastorale per l’anno 2017-18 “Parrocchia. Chiesa pellegrina tra le case”, nel ricordarci che la testimonianza della carità nelle nostre comunità comporta non solo il consolidamento delle opere già in atto, ma la coraggiosa apertura ad esperienze nuove, specialmente verso quelle povertà che non sono ancora divenute oggetto di cura comune. Per questa ragione, come Caritas, non intendiamo occuparci unicamente delle persone fragili, ma è necessario e urgente prenderci cura anche di quei contesti che dovrebbero includerle e che a fatica convivono con le molteplici fragilità presenti.
I verbi che troviamo in queste parole del Libro dell’Esodo hanno ispirato il cuore del metodo di lavoro della Caritas: ASCOLTARE, OSSERVARE e DISCERNERE per ANIMARE. In essi la Caritas Italiana ha individuato lo stile pastorale a cui tendere in ogni sua azione e all’interno di ogni realtà diocesana. La fonte prima dell’agire della Caritas sono la Parola e l’Eucaristia, doni che la aiutano ad evitare il rischio della pura filantropia e di un attivismo privo di una vita spirituale feconda. UNA BREVE PREMESSA La Caritas Diocesana Modenese condivide la riflessione sullo stile pastorale a partire da: momenti periodici di condivisione con il Vescovo Erio Castellucci che dopo mesi dall’inizio del suo mandato episcopale ha voluto un confronto per uscire dalla logica di esprimere la propria opinione sulla singola iniziativa senza inserirla in un quadro più articolato; questo confronto è un’esperienza di seria collaborazione dove il Vescovo Erio ci ha fatto vivere la sua idea di “discernimento comunitario” dove ognuno in fase di analisi può apportare il proprio contributo continui confronti avvenuti nei coordinamenti regionali con le altre Caritas per ricordarci che siamo in cammino con altre Diocesi ed è importante cogliere quanto l’essere parte di una realtà più ampia sia sempre una risorsa per non muoversi senza tenere presente le buone pratiche anche di altri contesti che spesso si mettono al servizio con gratuità e generosità momenti formativi proposti da Caritas Italiana in cui emerge la necessità di tradurre il proprio mandato iniziale di fronte nell’attuale momento storico sapendosi lasciare interpellare dalle sfi de che emergono nel quotidiano all’interno delle proprie opere-segno.

IL METODO CARITAS

Ci incoraggia che gli atteggiamenti che sono stati assunti finora dalla Caritas Modenese sono indicati anche nel documento già citato “Da questo vi riconosceranno”e che qui elenchiamo brevemente: Stile di prossimità: al centro la relazione, la compagnia, la presa in carico, l’empatia, la condivisione Esigenza di mettere al centro la persona come fine di ogni intervento: desideriamo sostenere la cura delle relazioni amicali, di buon vicinato, di appartenenza sociale e culturale perché la persona sia aiutata nella presa di coscienza attiva della propria identità e ricchezza Stile di sussidiarietà diffusa negli stili e nei comportamenti: ognuno prende parte alla comunità giocando la propria libertà e responsabilità.

Aiutare la comunità parrocchiale a ricomprendersi come soggetto di cittadinanza territoriale che si confronta con altri soggetti della società: il mandato per il singolo cristiano e per la comunità è ri-costruire legami “forti” partendo dall’accompagnamento dei più deboli con l’attenzione a cadere il meno possibile nell’assistenzialismo e più attenti alla valorizzazione del “capitale umano” che ogni persona porta.

I CRITERI PASTORALI Il messaggio forte, di cui vogliamo lasciare traccia, è di avere il coraggio di operare un discernimento comunitario serio assumendosi la responsabilità di fare delle scelte; ispirandosi all’Evangelo che Gesù ci ha annunciato. Partiamo dal riconoscerci limitati accettando di non poter rispondere su ogni fronte possa aiutarci ad un serio cammino di conversione comunitario, ma siamo anche convinti che accettare questo limite possa aprire delle riflessioni che ci aiutano a ripensarci come soggetti dentro un mondo profondamente cambiato e dentro un ambiente che non può più essere asservito e dominato secondo i nostri insaziabili bisogni, ma che va custodito (cfr. Papa Francesco, Lettera enciclica sulla cura della casa comune“Laudato Si’”, Introduzione, 2015) Non nascondiamo che offrire ascolto, un pasto, un'accoglienza ad un numero limitato di persone, possa aprire a possibili vissuti di preoccupazione e ansia; ma forse quel “vuoto” può divenire fertile se ci consente di contattare anche le nostre fragilità, aprendo dei pertugi, degli interstizi dove in modo inatteso anche gli altri possono offrire il loro contributo. Essere costruttori di ponti per noi significa che è giunto il tempo di costruire fiducie nei contesti e tra le persone presenti nel nostro territorio. Fiducia soprattutto nelle risorse di chi incontriamo, nelle nostre comunità parrocchiali, negli uffici pastorali e in tutti gli uomini di buona volontà. In questo non si dimentica mai la fiducia nelle istituzioni locali e nei servizi pubblici che devono sempre rappresentare per noi un interlocutore imprescindibile con cui elaborare modelli innovativi di welfare riconfermando la dimensione della sussidiarietà; è importante ricordare quanto Paolo VI scriveva: “non sia dato per carità ciò che spetta per giustizia sociale”. Come Caritas Diocesana abbiamo scelto da tempo di tentare di assumere le aporie di Papa Francesco in Evangelii Gaudium (217-237) come orientamenti forti da cui lasciarci guardare e, in particolare l’affermazione che il tempo è superiore allo spazio, comprendendo quanto sia importante investire più nei processi che sulle strutture od esclusivamente sull’erogazione di servizi. Alla luce di ciò, gli operatori Caritas sono chiamati a dedicare risorse per costruire con altri, e prima di tutto con i poveri, riflessioni e consapevolezze rispetto ai bisogni che emergono, trasformandoli in problemi da assumere collettivamente. Questo atteggiamento chiede di non limitarsi ad aspettare di essere cercati o di ricevere le persone, ma di essere operatori pastorali che provano costantemente a cercare anche chi ha smesso di chiedere e sperare in un futuro migliore.