«Rotta balcanica», servono interventi

Caritas italiana sollecita l’attenzione delle istituzioni e invita a sostenere gli aiuti con donazioni, non raccogliendo indumenti

La situazione dei profughi bloccati in Bosnia-Erzegovina resta drammatica

Quarantacinque sono i giorni trascorsi dall’incendio che, alla vigilia del Natale, ha devastato il campo profughi di Lipa, unico punto di riparo per migliaia di migranti respinti dall’Italia, dalla Slovenia e dalla Croazia. Tra quest’ultima e la Bosnia-Erzegovina s’impone il confine terrestre più lungo e ostile dell’Unione europea. Confine che, negli ultimi anni, è stato scenario di violenze, torture e costanti violazioni dei diritti fondamentali. Ma la geografia non mente: tra il confine Ue e il campo di Lipa ci sono meno di quaranta chilometri di distanza.

È pensando a questa innegabile vicinanza che Caritas italiana chiede con insistenza «l’intervento delle istituzioni internazionali e, in particolare, dell’Unione europea e delle Nazioni unite, perché non è pensabile che alle porte dell’Europa continui a consumarsi un’emergenza umanitaria». Sulle 16mila persone che sono transitate in Bosnia nel 2020 più di 10mila sono state bloccate causa respingimenti nei Paesi confinanti, di cui solo 6.300 sono state registrate nei campi ufficiali.

Secondo l’Ong « Danish Refugee Council », il «60 per cento dei migranti respinti dalla Croazia ha subito gravi violenze e abusi sessuali da parte della polizia croata», mentre l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) afferma che sono 3mila le persone costrette a sopportare temperature sotto gli zero gradi senza un posto dove stare.

Costrette a muoversi nel fango o sotto la neve, queste persone vivono senza acqua, senza servizi igienici e senza riparo. Tali sono le condizioni nel campo di Lipa, dove la situazione per i profughi rimane drammatica: almeno 940 persone sono costrette a rimanere al freddo. Le tende portate dall’esercito bosniaco non sono sufficienti per contenere le persone che rimangono nei dintorni del campo.

Le temperature di questi giorni hanno fatto pesare di più la mancanza di servizi essenziali come l’acqua, l’elettricità e il riscaldamento.

A soli venti chilometri si trova il campo di Bira, situato nella città di Biha , la cui struttura potrebbe essere allestita per ricevere circa mille persone; ma il Comune di Biha ha respinto le richieste di riapertura.

Ad alleviare le condizioni è stato il lavoro di negoziazione dell’Ipsia, partner di Caritas italiana nel territorio, che ha reso possibile l’istallazione di una tenda refettorio per garantire un luogo in cui le persone possano consumare i pasti. A livello sanitario, Caritas italiana e Ipsia garantiranno un’ambulanza per l’ospedale locale e il rifornimento di farmaci.

Inoltre, nei giorni scorsi è stato necessario portare acqua, frutta, verdura e integratori per garantire l’alimentazione delle persone nel campo profughi. Ma si tratta di un’emergenza che riguarda l’intera Bosnia, il cui sistema non riesce a reggere la sfida migratoria: è fondamentale che intervenga l’Europa.

Secondo Caritas italiana «non è raccomandabile raccogliere indumenti né beni da inviare in Bosnia», dato che «le procedure di sanificazione sono dispendiose in tempi di pandemia, così come il superamento dei controlli doganali in un Paese extra-Ue come la Bosnia».

Inoltre, «il variare dei bisogni impone la necessità di fare acquisti in loco che, tra l’altro, promuovono l’economia locale pesantemente colpita dalla pandemia». In tal senso, è possibile sostenere gli interventi di Caritas italiana utilizzano il conto corrente postale n. 347013, o donazione online su www.caritas.it, oppure tramite bonifico (Banca Etica) all’Iban IT24 C050 1803 2000 0001 3331 111, causale “Europa/Rotta balcanica”.

DI ESTEFANO J. SOLER TAMBURRINI

Leave Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *