«Quando essere visitati fa percepire la speranza»

«Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: ‘’ Coraggio, non temete!’’ La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d’acqua. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa» (cf Is 35,1-10).

Arrivano da ogni parte: un vigile del fuoco che accompagna un anziano sotto la tenda della protezione civile mi chiede: «Scusa, dove siamo?’». «Come, dove?» dico io. «Sì, scusa, ma sono di Torino!». Dall’alba tanta gente aiuta altra gente, generosamente, senza fermarsi. Pure chi è “sotto” e ne avrebbe abbastanza, si attiva perché c’è qualcuno che è più in difficoltà.

Scorrono lungo le vie principali colonne intere di camion, mezzi e volontari dalle regioni d’ Italia. Viene spontaneo esultare al loro passaggio. Non è da me, ma mi sbraccio e li saluto. Sento che non siamo soli! Essere visitati è bello! Sento di esitere, di esserci! Camminando per le strade, davanti alle case e sotto ai condomini si incrociano persone operose, volti stanchi, tirati e occhi bassi, ma ci sono ancora i sorrisi, qualche timido abbraccio, nonostante il Covid (che è ancora tra noi, ma silente e per qualche giorno non più unico protagonista). Si “passeggia” in mezzo alla vita delle persone: mobili, materassi, elettrodomestici, libri, vestiti, giocattoli, fotografie… Tutto accatastato sul ciglio della strada… Oggetti della propria storia e intimità esposti allo sguardo di tutti.

La gente si saluta, anche se non ci si conosce…tutti oggi siamo ancora di piu “sulla stessa barca” e nello stesso “mare”. Qualcuno ti ricorda che è andata bene! Che stiamo bene! Che c’e’ vita!

Qualcuno ti insegna che si può ancora imparare a “lasciare andare” quanto non è essenziale, pure se credevi che quella di Bastiglia-Bomporto e del lontano ‘66 fosse “roba” di altri e di altri tempi. Qualcuno invece non ha più parole. Quelle restano mute. Traboccano invece gli sguardi.

Altri, che hanno “abitato” per lunghe ore in mezzo all’acqua, di parole invece ne hanno tante: «Cosa succede? Quando vengono a tirarci fuori? Fra quanto? Sento l’acqua che entra in casa, sta salendo, ecco è già qui».

Ora per tanti la fanno da padrone i dubbi, la rabbia, la rassegnazione e la paura di non farcela più a ripartire. Qualcuno però ti ricorda che ora è la presenza, lo stare, la vicinanza e l’ascolto che ci fa percepire la speranza passare accanto e restare con noi. Vivo dalla parte “fortunata” del mio paesello, ma anche del mondo: questa più che mai è una chiamata, è un appello a cui si deve rispondere…e non solo oggi. Questa per me è una strada in salita, ma appianata, questo è un cammino che posso chiamare una “via santa”, segnata per me e per altri, per ‘’essere con” e camminare come comunità sperante e fraterna incontro a Gesù che viene. L’immagine che resterà impressa nel cuore ci è stata donata da un amico della parrocchia: «Solitamente l’8 dicembre facciamo il Presepe in casa nostra. Quest’anno, per ovvie ragioni, non abbiamo avuto il tempo di allestirlo, ma girando per Nonantola, ho scoperto che i presepi più belli sono le famiglie e le persone: stanche, provate, sporche di fango, spaventate, ma con la voglia di aiutarsi, con la forza della fratellanza vera e gli occhi ancora pieni di speranza. Questo è il più bel Presepe che io abbia visto nei miei 50 anni di vita!» 

Anna Maria Guagnano

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