I profughi siriani in Libano chiedono aiuto e speranza

«La speranza dei profughi siriani si sta logorando nel tempo. Più passano gli anni, più rischiano di essere dimenticati dal mondo»: è quanto riporta Valeria Benatti, volontaria di Operazione Colomba, il corpo nonviolento della Comunità Giovanni XXIII. Valeria, che insegna l’inglese durante l’anno scolastico, è partita per la prima volta nel 2016 per il campo profughi di Tel Abbas situato a nord del Paese, a soli 5 km dal confine con la Siria e che accoglie circa 3000 abitanti di cui 2000 cristiani ortodossi e 1000 musulmani.

Il campo profughi siriano di Tel Abbas,situato nel Nord del Libano,in cuila volontaria Valeria Benatti si recaogni estate.

Sui motivi che la fanno tornare ogni estate a Tel Abbas, Valeria afferma: «Mi spinge il fatto che, di anno in anno, ho visto peggiorare le cose. Se prima le persone speravano che la guerra finisse per tornare nelle loro case insieme alle loro famiglie, con il passare del tempo la loro speranza è venuta a meno». Viene a meno anche la dimensione comunitaria degli anni precedenti quando «le persone cercavano di stare insieme con la scusa di prendere il tè, ad esempio». Ora, invece, «l’urgenza di sopravvivere li spinge a competere tra chi parte con i corridoi umanitari e chi resta».

E restare comporta un vero problema. Con una popolazione di 4 milioni di abitanti, il Libano si è trovato con circa 1,2 milioni di profughi nel proprio territorio che rappresentano il 22 per cento del totale dei rifugiai siriani sparsi per il mondo. Questo fattore, insieme alla vicinanza di Beirut presso il regime di Damasco, ha incentivato una politica di emarginazione nei confronti dei profughi a cui «Beirut non riconosce lo status di rifugiati. A loro (i profughi, ndr) non è concesso di lavorare: molti lavorano in maniera irregolare rischiando l’arresto per circa 6 o 12 euro al giorno». Tale paga che impedisce loro di mantenersi con un’inflazione del 120%. Preoccupa anche la condizione dei bambini siriani che «crescono senza prospettive, senza un’educazione adeguata, senza il diritto a niente. Molti di essi sono nati e cresciuti nei campi profughi».

Ma tornare sarebbe peggio. «La guerra è dichiarata conclusa, ma essa è finita proprio com’è iniziata. Mentre i progetti dell’Unhcr si spostano in Siria, diminuiscono le famiglie beneficiarie dei pocket money ma i profughi non hanno la garanzia di poter tornare nella loro terra», racconta Valeria Benatti, specificando che «l’eventuale ritorno equivale all’arresto o al reclutamento forzato in un esercito che non sostengono». Inoltre, la pandemia e l’instabilità politica hanno peggiorato le cose. Il rientro dei volontari di Operazione Colomba in Italia ha diminuito la presenza internazionale che garantiva ai profughi un trattamento più degno da parte dello Stato mentre le tensioni e il malessere sociale che si vivono nel Paese rischiano di trasformare loro nel capro espiatorio della crisi, soprattutto dopo l’esplosione dello scorso 4 agosto nella zona portuale di Beirut che ha lasciato un saldo di 100 e 4000 feriti.

Prima di salutarci, Valeria ci trasmette l’appello delle famiglie siriane che chiedono di «non essere dimenticate», aggiungendo che «oltre all’aiuto concreto, loro hanno bisogno di relazioni, di fidarsi dell’altro, di sentirsi persone». A tal fine, le Chiese di Modena e Carpi hanno avviato una raccolta fondi che tutti possono sostenere utilizzando il conto corrente postale n. 347013 oppure tramite bonifico all’Iban IT25X0503412900000000004682 inserendo la causale «emergenza libano»

Nostro Tempo, 25/10/2020

 Estefano Soler Tamburrini

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