La rivolta delle carceri, un segnale per ripensare i percorsi di inclusione.

La rivolta delle carceri dei giorni scorsi, che ha avuto l’episodio più rilevante e violento presso la Casa Circondariale S. Anna di Modena, con alcuni detenuti morti, dopo il saccheggio della farmacia interna, e di molti altri locali, impone una riflessione a tutti noi, operatori pastorali, e a ogni singolo cittadino che tenta di vivere il Vangelo nel quotidiano.
Ci sembra importante condividere come le cause della rivolta non vadano individuate esclusivamente o principalmente nelle legittime restrizioni imposte ai detenuti, per tutelarne la salute, legate al contrasto alla diffusione del virus COVID-19.
Sarebbe superficiale altresì immaginare che la responsabilità stia nel fatto che i detenuti siano stati informati di tali restrizioni in modo sbrigativo e frettoloso; al contrario la collaborazione tra Azienda sanitaria Locale, Direzione della Casa Circondariale, Area Pedagogica aveva previsto protocolli chiari, semplici, comprensibili e negoziati con i detenuti stessi per quanto possibile.
Come operatori di Caritas Diocesana abbiamo potuto sperimentare la gentilezza e l’attenzione da parte del personale di polizia penitenziaria e dell’Area pedagogica nei confronti di alcuni familiari, che personalmente accompagniamo, per avere notizia dei cari all’interno del Carcere e delle loro condizioni di salute, anche dopo ore e giorni di assedio dei locali.
La gravità della rivolta, che ha devastato letteralmente intere aree del carcere, e reso inagibile per molte settimane il luogo di lavoro anche al personale educativo, impone delle riflessioni a mio avviso più profonde.
La prima questione, citando il Card. Martini, e il suo testo “NON è GIUSTIZIA”, è interrogarsi in modo non retorico, se quanto facciamo sperimentare ai detenuti sia umano.
Il sovraffollamento delle carceri, a Modena, struttura pensata per circa 360 detenuti e che ne ospitava almeno 200 in più circa interroga sempre su quale pena immaginiamo per chi commette un reato. E interroga noi cristiani sulla nostra capacità di “tenere dentro” le nostre comunità “L’altro difficile” per usare un’espressione cara agli Autori de “il Libro dell’incontro”.
Fino a quando tutto ciò che è “cattivo”, “sbagliato”, “scarto” viene messo ai margini, anche urbanisticamente, fino a quando immaginiamo di non voler fare i conti con il male e non sappiamo aprire dei dialoghi complicati e difficili quanto si vuole, senza la pretesa di “estinguerlo” definitivamente, pare difficile una gestione della vicenda in modo umano e perciò ispirato anche all’Evangelo.
Fino a quando, le istituzioni e noi cittadini, riteniamo accettabile che vi siano luoghi come le carceri, dove i soggetti più fragili, che condensano nel cuore, nella mente e nel corpo ferite e rotture multiple, che dentro alla persona si intrecciano tra loro fino a costituire grovigli inestricabili (quante persone, che scontano la pena, sono oltre che rei, immigrati, irregolari, senza dimora, tossicodipendenti, fragili psichicamente…); mi chiedo quale compito stiamo affidando a chi se ne occupa? E’ un compito che si può assumere veramente? E’ un compito “possibile”?

Quale progetto di inclusione è realmente possibile, al di là della retorica, o dei richiami ai diritti sulla carta, quando un educatore deve seguire 100-120 detenuti nelle proprie ore di lavoro settimanali, e fino a quando vi sono solo minimi raccordi, nella migliore delle ipotesi, tra chi svolge un lavoro di “controllo” e chi si occupa di “attenzione alla persona”?
Fino a quando la città continuerà a delegare a pochi, “esclusi” anche loro, anche solo di riflettere circa il futuro di questi fratelli e sorelle, o fino a quando si continuerà a invocare la loro “rimozione”, il loro “confinamento”, la loro “esclusione” dalla società, che si sente dalla parte del bene?
Fino a quando la città, senza il minimo coinvolgimento in prima persona, continuerà a finanziare convegni, seminari, riflessioni su nuovi paradigmi di “giustizia”?
Quale controllo esercita la criminalità organizzata all’interno delle carceri e quanto reclutamento di nuove leve avviene, attraverso regole non scritte e/o affiliazioni organizzate? Siamo in grado di cogliere che nel “come” si fa scontare la pena, passa la vera battaglia tra la “legge della forza” e la forza di una legge più giusta perché più umana? Come immaginare percorsi attorno a snodi educativi essenziali come lo sviluppo della propria soggettività, la promozione di una reale socialità, la centralità della cultura come strumento di conoscenza di sé e del mondo dentro i processi storici?
Esprimiamo una seria preoccupazione come Caritas Diocesana per la diffusione di iniziative di acculturazione, che sembrano valide occasioni di una apparente riflessione, se non riusciamo ad avviare reali percorsi di inclusione, che prevedano sinergie tra città, mondo del tessuto produttivo, persone che hanno commesso reati e chi accompagna e tesse percorsi di inclusione.
La Caritas Diocesana Modenese sta sperimentando presso il Centro di accoglienza Papa Francesco percorsi di reinserimento abitativo, lavorativo e sociale, e sperimenta quante energie vadano investite per realizzare ciò che ci chiede il Vangelo. Non basta desiderare e auspicare che “l’Altro difficile” sieda alla nostra tavola, condivida il quotidiano con noi, ma è fondamentale investire testa e cuore per allestire le condizioni affinché sia possibile imparare a lottare con lui, esattamente come lui, con il male che ci abita. Questo male che ci interpella ma che grazie alla Misericordia del Padre e alla fraternità può essere gestito e accolto, senza la pretesa di vincerlo, una volta per tutte.
Auspichiamo che si abbandonino anche i progetti di carceri più piccole, e “a misura di uomo” (senza capire poi a quale uomo e a quale società sottintendiamo) che sono l’ennesimo tentativo di non voler invece tentare di intraprendere la strada più stretta di misure alternative, che in fondo sono l’offerta di un’altra possibilità che, se abbiamo un po’ di sincerità, invochiamo per ciascuno di noi migliaia di volta nella nostra esistenza.

Federico Valenzano,
Vicedirettore Caritas diocesana Modena-Nonantola.

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