Uno spazio d’incontro tra ‘detenuti’ e vittime

da articolo dal Resto del Carlino del 17/11/2019

La diocesi firma una convenzione per l’inclusione sociale di chi ha commesso un reato :”Lo scopo non è il perdono ma ritrovare l’umanità”

Reinserire nella società persone che stanno scontando una pena e porre le basi per far incontrare gli autori dei reati con le loro vittime, per ritrovare l’umanità. E’l’obiettivo della convenzione firmata in arcivescovado tra l’ufficio di esecuzione penale esterna di Modena, cooperativa sociale’L’Ovile’ di Reggio Emilia e la Caritas diocesana, che propone un approccio nei confronti della detenzione verso una maggiore inclusione.Il documento è stato siglato dall’Arcivescovo di Modena-Nonantola don Erio Castellucci, dalla direttrice dell’Uepe Monica Righi e dal presidente della cooperativa sociale Valerio Maramotti.«L’idea è di don Erio – racconta il vicedirettore della Caritas, Federico Valenzano – che ha a cuore l’inclusione sociale di chi ha commesso reati già da quando era parroco a Forlì. La Caritas diocesana non può non occuparsi anche di questo tema, promuovendo una riflessione culturale sulla giustizia». La Caritas ha iniziato il percorso con esperienze concrete: «Già da tempo accogliamo persone che devono scontare i domiciliari, per esempio abbiamo inserito un detenuto in semilibertà prima in un percorso di volontariato per poi trovargli un lavoro – dice Valenzano – . Ma ora abbiamo deciso di fare un passo avanti, ideando un luogo in cui autori dei reati e vittime possano incontrarsi. Ovviamente tutto è basato sulla volontarietà. Sappiamo bene che la prima vittima è chi subisce il reato, poi vengono la comunità e infine il cosiddetto’reo’, che va aiutato a reinserirsi nella società». Passare da una giustizia reocentrica, insomma,ad una giustizia riparativa, che coinvolge anche la vittima e la comunità e che si basa sui principi di rispetto della dignità umana,giustizia, verità, solidarietà e responsabilità: «È questo il passaggio culturale che fa da sfondo alla convezione».Tra gli obiettivi c’è quello di promuovere la conoscenza e lo sviluppo di attività e incontri riparativi a favore delle vittime e della collettività, ma anche di utenti dell’Uepe di Modena, ovvero chi sta scontando una pena fuori dal carcere (domiciliari, misure alternative come l’obbligo di firma, semilibertà per fare degli esempi).Attualmente la casa circondariale Sant’Anna accoglie 520 detenuti, mentre 744 persone sono prese in carico dall’Uepe. La Caritas Diocesana, organismo pastorale espressione della Chiesa modenese, è coinvolta nel progetto mettendo a disposizione i locali in via dei Servi per consentire le mediazioni, ovvero dare la possibilità a reo e vittima di incontrarsi, dialogare e riscoprire quel minimo comune denominatore di umanità che li accomuna. Non si tratta di un percorso di perdono,ma di riscoperta dell’umanità che può favorire l’avvio di un percorso inclusivo, partecipativo e trasformativo. «L’idea è di accompagnare, secondo un principio di assoluta volontarietà, gratuità e riservatezza, con soggetti che hanno commesso reati, le loro vittime (e i loro familiari) e la comunità – aggiunge – al fine di poter contribuire ad accrescere processi di accoglienza e integrazione sociale dei detenuti e lo sviluppo di un nuovo paradigma di giustizia più attento all’uomo e al suo sviluppo. Il progetto non prevede alcun vantaggio in termini di sconto della pena per chi ha commesso il reato e non ha alcuna volontà di ricostruire la verità processuale. Le vittime, sono contattate da mediatori e decideranno liberamente se incontrare l’autore del reato. val. b

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