GIUSTIZIA RIPARATIVA

Un patto in diocesi

Di Luca Beltrami

È stata siglata venerdì scorso in arcivescovado una convenzione tra l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Modena, il centro di giustizia riparativa «Anfora» della Cooperativa sociale «L’Ovile» di Reggio Emilia e la Caritas diocesana, che intende porre le basi per un cambio di approccio nei confronti della detenzione verso una maggiore inclusione. Il documento, firmato dall’arcivescovo di Modena–Nonantola don Erio Castellucci, dalla direttrice dell’UEPE Monica Righi e dal presidente della cooperativa sociale «L’Ovile» Valerio Maramotti, vuole promuovere il passaggio da una giustizia «reocentrica», concentrata esclusivamente sul reato e su chi lo commette, ad una giustizia riparativa, che coinvolge anche la vittima e la comunità e che si basa su principi quali rispetto della dignità umana, giustizia, verità, solidarietà e responsabilità. Lo scopo è di promuovere azioni concordi di sensibilizzazione nei confronti della comunità locale rispetto al sostegno e al reinserimento di persone in esecuzione penale, promuovere la conoscenza e lo sviluppo di attività e incontri riparativi a favore delle vittime e della collettività, favorire la costituzione di una rete di risorse che accolgano i soggetti ammessi a misura alternativa o ammessi alla sospensione del procedimento con messa alla prova che hanno aderito ad un progetto riparativo, realizzare percorsi di mediazione penale in favore di utenti dell’Uepe di Modena. Attraverso la Caritas, la chiesa locale di Modena–Nonantola si rende disponibile a collaborare con il mondo della giustizia, che si sta interrogando su nuovi paradigmi, e con il mondo della cooperazione

sociale e del terzo settore, che si occupa di mediazione penale, per favorire incontri volti a far diventare la persona che ha commesso un reato da problema a risorsa. La Caritas diocesana, organismo pastorale espressione della Chiesa modenese, è infatti coinvolta nel progetto mettendo a disposizione i locali in via dei Servi per consentire le mediazioni, ovvero dare la possibilità a reo e vittima di incontrarsi, dialogare e riscoprire quel minimo comune denominatore di umanità che li accomuna.«Abbiamo fatto nostre – spiega Federico Valenzano, vicedirettore della Caritas diocesana – le parole del cardinal Martini, che nel suo libro “Non è giustizia”, si domandava cosa ci guadagna e cosa ci perde la società a sostenere un sistema di pena come quello del carcere?

L’elemento che caratterizza l’approccio della giustizia riparativa è la presenza della comunità, che diventa soggetto attivo nel reinserimento del reo. Questo paradigma non schiaccia il detenuto nel male commesso ma vuole offrirgli delle possibilità di riscatto, tendo conto degli obblighi che la persona deve continuare ad avere nei confronti della vittima e della comunità. Non si tratta di un percorso di perdono, ma di riscoperta dell’umanità che può favorire l’avvio di un percorso inclusivo, partecipativo e trasformativo.

L’idea – prosegue Valenzano – è di accompagnare, secondo un principio di assoluta volontarietà, gratuità e riservatezza, con soggetti che hanno commesso reati, le loro vittime (e i loro familiari) e la comunità al fine di poter contribuire come realtà ecclesiale ad accrescere processi di accoglienza e integrazione sociale dei detenuti e

lo sviluppo di un nuovo paradigma di giustizia più attento all’uomo e al suo sviluppo integrale. Come Caritas saremo impegnati a rinnovare la disponibilità per misure di inclusione sociale che passano per l’accoglienza in termini abitativi, offrendo un supporto nel reinserimento lavorativo e promuovendo percorsi di volontariato o partecipazione a percorsi di educazione civica tramite laboratori pedagogici guidati da nostri operatori e volontari».

«L’idea è di accompagnare i soggetti che hanno commesso reati, le vittime e la comunità, e costruire percorsi di integrazione» spiega il vicedirettore Caritas Federico Valenzano

Il vescovo Castellucci insieme ai rappresentati di Caritas, Uepe e «L’Ovile»

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