CARITAS PARROCCHIALI, ULTIMA TAPPA DEL PERCORSO DI FORMAZIONE

DI MATTEO CAVANI * Sabato 18 maggio si è concluso un interessante percorso formativo che ha coinvolto un gruppo di una ventina di coordinatori delle Caritas parrocchiali della chiesa locale modenese. Guidati dalla Caritas diocesana e dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Emilia, si è riflettuto sull’esperienza della carità all’interno delle comunità parrocchiali. Il punto di partenza è stata l’esperienza dei centri d’ascolto presenti nelle comunità del territorio modenese. Molto stimolante è stato il metodo che ha guidato questo percorso, un metodo non cattedratico, bensì laboratoriale: a partire dalle esperienze sono emersi i contenuti su cui riflettere. Si è così parlato dell’ascolto, rilevando che l’ascolto è fatto di «strati» e richiede una temporalità. Si è riflettuto sul legame tra identità e fede nel vivere l’esperienza della carità, mettendo al centro della riflessione la fragilità e il limite, aspetti che fanno emergere la dimensione spirituale e teologica. Si è toccata, inoltre, la questione economica facendone emergere la concretezza e il significato: il modo con cui si decide di utilizzare i soldi riflette la visione che si ha delle relazioni con gli altri, soprattutto se bisognosi. La partecipazione di chi ha fatto il percorso è stata molto attiva e intensa, perché il coinvolgimento di ciascuno attraverso il racconto della propria esperienza è stato il perno dell’itinerario. Non ci si è concentrati tanto su «cosa bisogna fare», ma si è provato, partendo dalle prassi che già ci sono, ad interrogarsi su come i vari centri di ascolto possano mettere in campo le energie migliori e coinvolgere le comunità parrocchiali e territoriali. Osservando il gruppo che ha partecipato al cammino, colpisce la rappresentanza della diocesi: dalla montagna (Fanano) alla Bassa (Nonantola, Medolla, Solara, Bomporto, S. Felice), dalla Pedemontana (Formigine,Corlo, Ubersetto) alla Città (Centro diocesano papa Francesco, Tempio, Madonna Pellegrina, S. Lazzaro), segno di come l’esperienza della carità attraversi tutta la chiesa locale modenese che, pur vivendo situazioni molto diverse, esprime attorno ad alcuni nuclei – come quello della carità – un elemento che ne esprime l’identità. Alcune situazioni particolari, come quella che hanno presentato le comunità presenti nella Bassa, hanno colpito e interpellato tutti. A partire dall’esperienza del terremoto, infatti, esse hanno trovato nel cammino delle Caritas parrocchiali un punto di appoggio fondamentale e attraverso un percorso formativo, hanno fatto emergere un volto capace di incontrare e affiancare

la fragilità. La ferita del terremoto è diventata un’occasione per riscoprire e manifestare una propensione alla carità veramente sorprendente. In conclusione alcuni punti, emersi nel corso degli incontri, che mostrano tensioni non risolte e che rimandano ogni comunità ad una riflessione sul proprio modo di vivere la carità. Un primo aspetto riguarda il passare dal bisogno al problema.

Spesso chi chiede aiuto presenta un bisogno (pagare una bolletta o un affitto) che rimanda ad un problema reale il quale emerge nella vita della persona poco alla volta e solamente grazie ad un accompagnamento. C’è poi una tensione tra l’aiuto concreto che si dà alle persone e l’ascolto delle loro storie per entrare in relazione.

Non esiste un modello univoco, ma ci si accorge di come queste due polarità siano entrambe importanti. Infine, è emersa la consapevolezza che il lavoro di gruppo è più difficile, ma allo stesso tempo è più promettente. Gli «eroi solitari» nel mondo Caritas sono in genere un problema.

Quando si coinvolgono le persone e le comunità la carità diventa esperienza di evangelizzazione.

* vicario episcopale per la Pastorale sociale

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