INTERVENTO DEL VESCOVO ALLE CARITAS PARROCCHIALI A NONANTOLA

Intervento del Vescovo Erio, Nonantola 11 maggio 2019
Ritiro per le Caritas Parrocchiali, “Camminava con loro”

Commento al Vangelo Luca 24,13-35
E’ una piccola Emmaus oggi per noi l’abbazia di Nonantola, un luogo di incontro con Gesù risorto, un luogo di partenza per la missione. Qualcuno di voi ha fatto ben più delle 7 miglia o degli 11 km che distano da Gerusalemme a Emmaus. Ma questi 11km, le sette miglia sono in realtà la nostra vita.
E’ la nostra vita che è rispecchiata nell’incontro di Emmaus. A partire da un dato che spesso ci appesantisce: si può esprimere con il tempo imperfetto …. C’è però un altro imperfetto che è più pesante: “noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” E questo speravamo è la delusione. Loro avevano per anni riposto le loro attese in Gesù, avevano lasciato il villaggio al quale stavano tornando, si erano orientati verso una vita completamente diversa e tutto è crollato in un attimo. Hanno dovuto riprogrammarsi, come il navigatore quando troviamo la strada chiusa in un attimo deve
riprogrammarsi. E decidono in questa riprogrammazione di tornare alla vita di prima. Emmaus è la vita di prima. Con un peso nel cuore, una delusione. Quante volte noi speravamo, quante volte noi
usiamo l’imperfetto, il tempo della nostalgia e del rimpianto per dire che abbiamo perso tempo: io pensavo che quello fosse l’uomo della mia vita …. io pensavo che quel lavoro mi durasse sempre…
Io immaginavo una vita diversa quando sono venuto in questa città… io speravo che i miei figli fossero dei bravi ragazzi. Quante volte usiamo l’imperfetto. L’imperfetto è il tempo che lascia alle Spalle Gerusalemme, la città del futuro e va verso Emmaus, il paese del passato, il villaggio della vita di prima, con un senso di amarezza e di pesantezza. Ma proprio in questa amarezza e pesantezza il Signore si affianca. A me sembra che qui stia l’essenza della fede cristiana: non il pensare che quando tutto va bene il Signore cammina con noi, ma proprio quando noi siamo delusi, bruciati da qualche esperienza negativa, tentati di ritornare alla vita di prima, quando giriamo le spalle alla città santa di Gerusalemme e riprendiamo i nostri passi di un tempo è lì che si vede chi è il Signore. Tutti sono
capaci di affiancare persone gioiose, realizzate, contente, ma chi è che affianca gli sfiduciati, i nostalgici, i falliti? Solo lui è capace. Ecco perché giustamente questo imperfetto camminava con loro, è solo l’inizio. Gesù prende il passo dell’imperfetto. Loro stanno ragionando all’imperfetto.
Calarsi sulla loro delusione forse addirittura sul senso di tradimento, perché non dimentichiamo che Gesù era morto su una croce, non come un maestro sapiente nel suo letto attorniato dai discepoli, era morto con un’aureola di maledizione. La croce era la pena riservata agli schiavi della quale, così
pensavano gli Ebrei, persino Dio si vergognava. Tradimento questo ci ha imbrogliati per anni. E Gesù camminava con loro. Sono uomini dell’imperfetto e Gesù condivide questo imperfetto e prende il
loro passo. Non dice che li affianca e dà lui il passo, li costringe a cambiare marcia, si innesta nel loro passo, che è il passo della fatica,della delusione e del rimpianto. Ed è qui che comincia ad innestare una retromarcia che non

metteranno subito, ma aspetteranno di essere arrivati a Emmaus. E’ qui che
comincia a insinuare che forse questi 11 km devono essere percorsi anche in senso contrario, non più delusi ma gioiosi. Non più appesantiti e affaticati ma allietati dall’annuncio del risorto. Non pretende subito che tornino indietro, siamo noi che abbiamo fretta che una persona cambi, che ci ripensi, che si  converta, che torni indietro dai suoi passi sbagliati, che punti verso la città santa. Lui non lo pretende.
Percorre tutto il cammino da Gerusalemme ad Emmaus, ma lo percorre instaurando un dialogo, trovando il ponte. Ponte difficile da trovare. Perché quando una persona è sfiduciata, depressa, rattristata, si sente fallita,non è facile. Eppure Gesù comincia chiedendo che cosa è successo, vuole
che loro si esprimano e lascia che tirino fuori la loro delusione e inquietudine … noi speravamo … sono passati dei giorni …. Sì delle donne li hanno visti, ma …lascia che raccontino tutto. E poi comincia a insinuare che il racconto è diverso e lo fa usando le loro categorie. Non dice non vi rendete conto che sono io? lo fa scavando nella storia che loro conoscono, le scritture di Israele. E solo alla fine dicendo adesso aprite gli occhi. Ma gli occhi ancora non li aprono. Commentando questo viaggio di andata quando Gesù sarà già sparito diranno: “non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre
conversava con noi lungo la strada?” Quando faceva questa “predica” non ci ardeva il cuore? Quello che dicono i fedeli quando escono da messa. Però non hanno aperto subito gli occhi. Mancavano ancora due passaggi per aprire gli occhi. Non è bastato l’affiancarsi di Gesù e prendere il loro passo,
è stato l’inizio, non è bastato illustrare la Parola. C’è voluta l’accoglienza del forestiero e lo spezzare il pane. Quando arrivarono fece come se dovesse proseguire, ma essi dissero:” Resta con noi perché si fa sera…”. Ma Gesù è ancora il forestiero. L’accoglienza è un altro ingrediente che permette di
riconoscere il risorto, la percezione che accogliere non fa bene solo a chi viene accolto ma anche a chi la esercita. “Rimani con noi perché si fa sera”si fa sera nel cuore, il giorno sta scomparendo, se tu te ne vai diventa buio perché hanno percepito che in quello straniero in quel “altro” c’è un dono. E finalmente quando spezza il pane i loro occhi si aprirono e lo riconobbero. A questo punto ci sono tutti gli ingredienti dell’esperienza cristiana: l’affiancamento di Gesù nel momento della fatica, la
spiegazione della Parola, l’accoglienza dell’altro e l’Eucarestia. Per la verità ne manca uno. Non lo vuole offrire Gesù ma vuole che siano loro. Appena lo riconobbero egli sparì dalla loro vista. Proprio sul più bello, proprio nel momento in cui avrebbero potuto chiedergli: Cosa è successo? Come mai
tutto questo tempo nel sepolcro? Cosa c’è dopo la morte? Raccontaci, Gesù sparisce perché tocca a loro mettere l’ultima dimensione che è la missione. Se Gesù fosse rimasto lì loro non sarebbero ripartiti. Non avrebbero ripercorso di nuovo le sette miglia verso Gerusalemme. Si sarebbero
avvinghiati a lui per la curiosità. Avrebbero fatto sì una comunità ma non una comunità missionaria.
E Gesù sparisce perché lui vuole una comunità missionaria. Adesso tocca a voi non tocca più a me. La missione si mette in moto non rimanendo chiusi attorno a Gesù ma ripartendo la notte e tornando a Gerusalemme. Questi 5 ingredienti fondamentali della vita cristiana che ci permettono anche oggi
di incontrare il Risorto sono anche le parti fondamentali della liturgia eucaristica. Nella messa è come se rivivessimo nel rito l’incontro vitale dei due discepoli con Gesù.Il momento in cui ci mettiamo in cammino e riconosciamo i nostri peccati, i nostri imperfetti, riconosciamo di essere peccatori. Il momento nel quale il Signore prende il nostro passo, si innesta nella nostra fragilità e comincia a spiegarci tutto quello che lo riguarda nelle scritture, la liturgia della parola. Il momento dell’Offertorio
nel quale ritualmente ma anche realmente se raccogliamo le offerte presentiamo al Signore la nostra vita nel pane e nel vino e ne facciamo anche dono ai fratelli raccogliendo le offerte per loro. E’ il momento dell’accoglienza. Lo spezzare il pane, la liturgia eucaristica, il momento nel quale il Signore viene riconosciuto, come colui che si dona, che si sbriciola. E infine la missione, l’invio, andate e testimoniate. Ogni volta che partecipiamo alla liturgia eucaristica noi siamo i due discepoli di Emmaus. La messa è il concentrato della vita, la messa è come il rifornimento che poi
dobbiamo dispiegare nella settimana fino alla successiva Eucarestia. Qui si trovano tutti gli ingredienti della carità. Non è un caso che nel linguaggio antico dei primi secoli a volte quando i cristiani si riferivano alla chiesa veniva detta non ecclesia, ma agape, carità….. Perché questi sono i
5 ingredienti della comunità cristiana, della Caritas, dell’amore. Chi ama si lascia affiancare e si affianca senza imporre il proprio passo, chi ama ascolta la parola e dà una parola di speranza, chi ama si lascia accogliere e accoglie, chi ama accoglie chi si offre e fa del suo corpo un’offerta, chi ama annuncia. Credo che i nostri centri d’ascolto, le nostre Caritas, le nostre realtà ecclesiali attente agli ultimi si rinvigoriscano continuamente a questi ingredienti dell’incontro con il risorto. Chiediamo al Signore che non si stanchi mai di fare lui il primo passo, perché tutto comincia di lì. Se Gesù li avesse lasciati perdere o se avesse voluto imporre il suo passo li avrebbe persi, ma per lui non c’è nessuno che è perduto, nel suo vocabolario non esiste la parola spacciato.