SEMPRE PIU’ ITALIANI BISOGNOSI

Il centro d’ascolto Caritas : “il vero problema è l’isolamento”

“La povertà è cambiata, così anche i nostri servizi” martina Romanelli, coordinatrice del Centro d’ascolto Caritas di Modena (in via dei Servi 13), tocca ogni giorno con mano le nuove frontiere che ha abbracciato il concetto di ‘estrema povertà’. La Caritas modenese, insieme a Porta Aperta (di cui fa parte anche l’emporio sociale Porto bello), è in prima linea per combattere  una dimensione che, negli ultimi anni, ha assunto nuovi inquietanti contorni. Perché il tasso di povertà, in assoluto, è diminuito ma–come si evince dall’indagine del Centro culturale Ferrari–sono raddoppiati i casi di estrema povertà: «Da molti interventi a pioggia,ci siamo ritrovati a dover fronteggiare richieste minori nel numero, ma decisamente più complesse», spiega Romanelli.

Più nello specifico, come è cambiato il concetto di povertà? «Fino al 2014 ci trovavamo a dover rispondere a bisogni legati alla povertà, principalmente materiali. Gente che aveva bisogno di un posto per ripararsi, di un pasto caldo. Ma poi qualcosa è cambiato, ci siamo trovati davanti a nuove forme di povertà che ci hanno spinto a modificare i servizi offerti».

Tipo?

«Situazioni di indigenza non più legate per esempio alla marginalità di lungo periodo,ma alla crisi economica, all’allentamento dei legami famigliari, alla disoccupazione. Non soltanto stranieri, come si potrebbe pensare, ma moltissimi italiani: soprattutto maschi, provenienti da separazioni o divorzi che, tra l’altro, facciamo
ancora fatica a intercettare perché spesso non vengono a chiedere aiuto fino a quando la situazione non è davvero più sostenibile, complice la vergogna o l’inconsapevolezza. Sono persone che continuano a vivere secondo il loro modello di riferimento precedente e faticano a riconnettersi con la nuova immagine di sé».

Cosa potremmo dire loro?

«E’ importante sapere che si può chiedere aiuto anche tramite telefono, chiedendo un appuntamento personale. Noi, dalla nostra, abbiamo cercato di caratterizzare i servizi offerti con luoghi dignitosi, per avere punti di approdo non umilianti». Non solo aiuto materiale, quindi, ma anche psicologico. «Esattamente. Quando si arriva a questo punto la risposta non può avvenire solo attraverso beni materiali, perché questi nascono da situazioni di profondo isolamento, solitudine. Bisogna anche ricostruire legami sociali per uscire dalla povertà. Per questo abbiamo creato il progetto ‘Legami che liberano’: agire all’interno del territorio affinché si pongano le condizioni attraverso le quali la costruzione del legame tra soggetto fragile e comunità possa potenziare le risorse dei singoli. In concreto, un nuovo centro d’accoglienza con annesso centro diurno in cui dare spazio a laboratori, momenti di socializzazione, attività inclusive».

da Il Resto del Carlino del 10 maggio 2019

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